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Il destino degli eroi della politica economica

Per chi crede ai numeri eccone alcuni tratti da uno spunto di Martin Wolf sul Financial Times.

Sull’asse delle ordinate il tasso di crescita media dal 2008 al 2012 (stima): più vai in alto e più è cresciuta l’economia (Slovacchi i migliori, greci i peggiori). Sull’asse delle ascisse la definizione di austerità di Wolf, cambiamento del deficit pubblico sul PIL che ha voluto fare il governo con interventi discrezionali, senza tener conto degli effetti sul deficit derivanti dal ciclo che vanno in automatico. Più vai a destra e più è ampia l’austerità (Grecia massima con enormi avanzi pubblici, Finlandia minima con deficit pubblici). Cercate l’Italia, facile da trovare.

Il risultato appare chiaro, sintetizzato dalla linea retta nera discendente: tanta più austerità tanta meno crescita.

Giustamente Wolf dice: attenti bisogna controllare per tanti altri fattori. Ma una cosa a lui ed a noi (ed anche al premio Nobel Krugman) pare chiara: l’austerità non stimola la crescita (nemmeno in … Italia).

Meno evidente appare che un paese che non faccia austerità spunti “tanta” maggiore crescita: al di là della Finlandia e dell’Olanda, dove non se ne genera, e del Belgio e della Slovacchia, dove se ne genera, l’impressione è che gli effetti di una politica fiscale espansiva siano limitati.

Ho 3 punti su questa constatazione:

a) in realtà non lo sappiamo, perché quasi tutti i paesi stanno a destra dello zero (che ho segnato con la riga rossa), con avanzi e assenza di deficit strutturali. Nessuno si avventura nella zona rossa a sinistra, tutti col braccino, timorosi, di fare anche un po’ di deficit pubblico strutturale stimolando ulteriormente la domanda. Eppure il Trattato europeo lo permetterebbe, siamo in recessione europea.

b) anche se un paese ci provasse, da solo, la mia impressione è che non otterrebbe grande crescita economica:

b1) perché i mercati alzerebbero gli spread per punire un paese “pazzariello”;

b2) perché effettivamente lo stimolo in economie molto aperte come sono quelle europee sarebbe assai piccolo se un paese provasse ad espandere da solo.

c) se un paese ci provasse, insieme agli altri, la mia impressione è che otterrebbe grande crescita:

c1) perché i mercati abbasserebbero gli spread di fronte ad una strategia coordinata per la crescita se la comunicazione è stata fatta bene ovvero in maniera convincente (compreso il fatto che si è convinto i mercati che i governi si obbligano a ridurre la domanda pubblica appena le loro economie ripartono) mostrando leadership e senso di direzione nel progetto europeo;

c2) perché gli effetti moltiplicativi sulla crescita di un paese dell’aumento di reddito negli altri paesi sarebbero fenomenali ossia consistenti, via export.

La parte triste? Se non lo si prova non lo sapremo mai. E’ la storia ed il destino degli eroi, quello di rischiare con saggezza. Basta trovare gli eroi che, insieme, si mettano alla prova.

9 comments

  1. c3) perché gli effetti moltiplicativi sulla decrescita di un paese alla diminuzione di reddito negli altri paesi sarebbero fenomenali

    ps: i tedeschi sono cosi’ …i patti e regole le rispettano
    fino in fondo

    Reply
  2. Giuseppe Pizzino

    30/04/2012 @ 10:00

    Egregio Professore mi permetto sottoporre alla sua attenzione, di cui ho grande considerazione, questa mia riflessione sullo stato dell’economia Nazionale che è frutto di circa trent’anni di attività imprenditoriale.
    Lo so, potrà sembrare semplicistico, irriverente, considerato che alla soluzione del problema dibattono premi Nobel per l’economia e Illustri Accademici Italiani ed Internazionali, affrontare tale tematica senza la necessaria preparazione culturale di base ma, ci vorrei provare lo stesso.
    E’ caduto un governo, ha fallito Tremonti, che per titoli, esperienza e relativa presunzione ed arroganza cretino sembrava non essere, si è addirittura compromesso l’equilibrio Istituzionale per affidare la soluzione del problema al Professore Mario Monti, assistito da un team molto qualificato (sempre per titoli) di Docenti Universitari e banchieri ma che alla prova dei fatti sembra non solo essere andato in barca ma, addirittura i provvedimenti finora adottati non curano ne la malattia tantomeno i sintomi ma solo il malato, che tale rimane. Si sta discutendo, come se non bastasse Grillo, di fallimento della cosiddetta moneta Unica, del destino dell’’unione Europea e di una resa incondizionata degli Stati alla finanza Internazionale, che hanno scommesso sul nostro fallimento.
    Nessuno si offenda ma la situazione economica Italiana vista in ottica microeconomica secondo le regole e l’esperienza di un piccolo imprenditore, che ha vissuto quest’ultimo lustro affrontando le problematiche della congiuntura prima e della recessione dopo, scappa da ridere, sembrerebbe la migliore da risolvere comparandola con la gestione di un’impresa.
    Vorrei analizzare il problema macroeconomico Italiano come farebbe un piccolo imprenditore Italiano alla presenza di una simile circostanza aziendale.
    La nostra piccola impresa, che chiameremo Italia s.r.l., nel periodo di recessione, bilancio 2011, ha debiti per 2.000 rispetto ad un patrimonio proprio di 1.400, stima prefallimentare, realizza ricavi per 1.600 a fronte di costi per 1.650 l’anno.
    Ogni anno registriamo perdite per 50, inoltre a fronte del debito contratto con i nostri creditori (banche e azionisti) paghiamo ogni anno interessi passivi per un totale di 100, tasso medio del 5%.
    Questa è la situazione aziendale e senza un preciso piano di risanamento e rilancio, falliremo.
    Incominciamo dal risanamento. La nostra impresa Italia, al momento, non può pensare di aumentare i ricavi perché non riesce a ottenere credito per fare nuovi investimenti strutturali tali da permettere al suo prodotto di essere più competitivo sui mercati Nazionali ed Esteri. Il primo intervento quindi che siamo obbligati a fare è pareggiare costi e ricavi, intervenendo necessariamente attraverso i tagli sulla voce costi, in deficit per un totale di 50.
    Il compito di ogni manager o governance è dare l’esempio quindi, poiché tanto si è avuto in gioia, tanto si deve dare in dolore, si rinuncia, sino a risanamento, a ogni tipo di compenso, solo rimborsi a pie di lista, risparmiando un totale di 5. Convocare poi tutti i fornitori che vantano crediti nei confronti dell’azienda Italia s.r.l. chiedendo loro che a fronte del pagamento di quanto da loro vantato (100) in tempi rapidi (30gg) con la garanzia di mantenere perennemente l’accordo entro tale termine, concedano uno sconto sui crediti già maturati del 5% pari a un totale di 5.
    Poi spiegare ai propri dipendenti la situazione e poiché la voce costi del personale, incide per circa 500 chiedere di contribuire al risanamento rinunciando al 4 % della loro paga per un totale di 20, allo stesso tempo formalizzare un accordo sindacale che consenta loro di recuperare quanto perso a risanamento raggiunto che dovrà avvenire entro i prossimi cinque anni.
    Eliminate auto aziendali, spese rappresentanza, provvigioni, consulenze, spese varie, recuperiamo altri 20 per un totale complessivo di 50, pareggiando costi e ricavi a 1.600. Questo come lo chiamano gli Americani è il break-even point, che rende meglio l’idea nell’Italiano punto di rottura.
    Abbiamo raggiunto il pareggio di bilancio quindi escluso il fallimento dell’impresa, ma la cosa più importante è avere acquisito maggiore affidabilità nei confronti dei nostri creditori.
    Tale intervento è il primo passo, solo per l’emergenza, perché è normale che sia i manager, sia i dipendenti possono resistere a questo piano di risanamento, lacrime e sangue, solo a tempo determinato e solo in presenza di un piano di rilancio che non solo dia soddisfazione personale per i sacrifici sostenuti ma che consenta pure di recuperare quanto destinato all’impresa per il bene comune e per la continuità aziendale.
    Il piano di rilancio è subordinato alla realizzazione degli investimenti strumentali che, come abbiamo già specificato, sono necessari per rendere più competitivi i nostri prodotti, in particolare verso l’export, pertanto bisogna ricorrere a nuovo credito per finanziare la relativa spesa.
    Rilancio. La nostra impresa che ha un patrimonio attivo di circa 1.400 di cui circa 400, non core, rappresentato da partecipazioni non strategiche, immobili, titoli, e varie, vende questa parte di beni, che destina non agli investimenti ma alla riduzione del debito da 2.000 a 1.600, che ci riporta ai parametri di Basilea, che considera un indebitamento equilibrato, il rapporto 1:1 con i ricavi.
    Tanto siamo in grado di produrre tanto dovremmo essere in grado di sostenere di debito.
    Questo tipo di scelta (destinare la vendita di patrimonio alla riduzione del debito) mira a ottenere un doppio risultato sia di carattere quantitativo che qualitativo del nostro debito, facendo si che si riduca in termini assoluti ( 2.000 : 1.600) e che la sua sostenibilità (1.600, 1:1) determini una riduzione del condizioni contrattuali (tasso di interesse), finora applicate . Convocare tutti i creditori (banche e azionisti) che, è utile ricordare, per circa 1.000 sono gli stessi azionisti che in passato hanno sostenuto l’azienda (finanziamenti soci fruttiferi), e per 600 le banche, chiedendo una ristrutturazione del proprio debito, ora ridotto a 1.600, al tasso del 2,5 % annuo, per un totale di interessi anno di 40, quindi dopo aver richiamato tutti i titoli in loro possesso vengano riemessi, decennali, al nuovo tasso del 2,5%, chiarendo che tale loro intervento determinerà per la nostra azienda un risparmio di 60 l’anno, che verranno tutti destinati alla riduzione del debito capitale, in modo tale che lo stesso si possa assestare a 1.000 nei prossimi dieci anni, come concordato precedentemente.
    Quale riconoscimento di aver bene operato nel rispetto di tutte le regole sia etiche che economiche nei confronti dei propri creditori dovrà essere accolta la richiesta di un nuovo finanziamento per almeno 200, in cinque anni, al tasso del 2,5% , da destinare quanto a 100 al finanziamento dell’attività corrente (pagamenti verso i creditori per forniture) quanto al restante 100 a finanziare nuove attività per la crescita e lo sviluppo, che determinino un incremento di 50 dei ricavi già a partire dal prossimo anno pari al 3% di incremento, portando i nostri ricavi del 2013 a 1.650, del 2014 a 1.720, 2015 a 1.800, a costi fissi invariati.
    Questa crisi ci insegnato almeno due aspetti fondamentali:
    Il primo è che tutte le aziende in crisi sono tali perché non riuscendo a realizzare prodotti competitivi, hanno dovuto utilizzare la leva della bilancia commerciale importando più di quanto non si riusciva a esportare, determinando disoccupazione, perdite e iniquità.
    Secondo che questa crisi è non solo commerciale ma anche geografica perché riguarda particolarmente tutti i paesi Europei del Mediterraneo.
    Se prendiamo un compasso e tracciamo un cerchio con un raggio di mille chilometri ponendo il centro su Strasburgo ci rendiamo conto immediatamente dove più ha colpito la crisi.
    In particolare la Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, e Italia Meridionale.
    In pratica per quanto ci riguarda, è come se in un’impresa (Italia s.r.l.) con due rami di azienda il primo (Nord) fosse sano, mentre il secondo (Sud) assorbisse più del reddito di quanto prodotto dal primo, determinando una sostanziale perdita complessiva dell’impresa Italia s.r.l.
    In questo caso basterebbe intervenire sul ramo d’azienda in perdita per riportare in ordine i conti.
    Passiamo al programma d’investimenti che consenta di superare la recessione/depressione del Sud.
    Abbiamo ottenuto credito per investimenti di 200 di cui 100 destinati all’attività corrente che come d’accordo con i fornitori dovrà essere destinata ad azzerare il debito nei loro confronti.
    Utilizzeremo, come detto, 95 di 100 (5 destinati a fondo accantonamento rischi) per pagare tutti i fornitori in sofferenza che a loro volta potranno rientrare dalle loro esposizioni bancarie, potranno quindi utilizzare gli affidamenti destinandoli a loro volta verso una migliore attività corrente, inoltre potrebbero effettuare investimenti per ricerca e aggiornamento tecnologico. Tale attività prevalente nel ramo di azienda Nord consentirà nel peggiore dei casi quantomeno di mantenere gli standard in essere, se non addirittura una crescita, seppur lieve ma fisiologica per la maggiore liquidità che sarebbe immessa nel circuito produttivo e il minor ricorso al credito oneroso.
    Passiamo ora al secondo ramo d’azienda Sud, pensando di intervenire con provvedimenti a breve e con provvedimenti strutturali a medio/lungo termine, impiegando i 100 in investimenti.
    Puntando, al momento, su quattro linee strategiche: turismo, agricoltura, pesca, ed energia.
    Il primo intervento a breve deve tener conto dell’analisi che abbiamo elaborato in precedenza, ridurre le importazioni e aumentare le esportazioni, rendendo attiva la bilancia commerciale.
    Ottenere questo è impossibile nel breve per mancanza di competitività che è possibile ottenere solo a seguito d’investimenti infrastrutturali i cui risultati sono attesi dopo alcuni anni.
    La proposta potrebbe essere che, nell’impossibilità che i nostri prodotti raggiungano i consumatori, siano i consumatori a venire a comprare da noi. Dovremmo pensare al più grande piano turistico mai elaborato spendendo parte dei 100 (50) come stimolo a raggiungere le nostre località turistiche del Meridione, puntando sulle bellezze naturali e su quelle dei nostri beni culturali.
    Pagheremo il biglietto aereo a/r a tutti coloro i quali da tutte le parti del Mondo arriveranno al Sud impegnandosi a trascorrere almeno due settimane in caso di turisti Continentali, quattro settimane per tutti i turisti con provenienza Intercontinentale. Il costo medio di un biglietto a/r è di circa mille euro a fronte di ricavi medi per loro permanenza di circa tremila euro con saldo attivo di duemila.
    Spendendo dieci l’anno verso le nostre compagnie aeree, che avrebbero un grande beneficio sia in termini economici sia strutturali, stimolando la massima efficienza delle strutture aereoportuali, cui guarderebbe gli investitori di tutto il Mondo. Ricavi per 30 di cui 10 di utile, permettendo la circolazione di 10 milioni di visitatori l’anno per cinque anni rilanciando definitivamente il settore, spingendo così i grandi finanzieri a investire nella creazione di nuove importanti strutture.
    Adesso bisogna pensare a come investire i restanti 50 in infrastrutture, evitando di commettere gli stessi errori del passato e in mancanza di idee concrete imitando coloro i quali hanno fatto meglio negli ultimi decenni. Abbiamo detto che la crisi ha colpito in particolare tutti gli Stati Europei del Mediterraneo ma, a un’attenta analisi bisogna evidenziare che uno Stato, non Europeo, del Mediterraneo ha avuto nell’ultimo lustro una performance incredibilmente positiva: la Turchia.
    La crescita della Turchia è stata a doppia cifra tanto da essere considerata una Nazione da emulare dal punto di vista della crescita economica.
    La Turchia in agricoltura ha effettuato i maggiori investimenti nella creazione di bacini di raccolta delle acque e dell’irrigazione delle campagne, trasformandole da incolte e pascolo a fertili.
    La sola filiera del cotone e dei suoi derivati in Turchia equivale a circa 100 miliardi di dollari e rappresenta il dieci per cento del prodotto interno lordo della sua intera economia.
    Il settore tessile è rappresentato da 41mila pmi che assorbono direttamente circa 800mila addetti.
    La stima tra lavoratori diretti e indiretti è di circa due milioni di occupati, che rappresentano circa il trenta per cento di tutta la forza lavoro della Turchia.
    Basterebbe emulare quanto fatto in Turchia e replicare la loro esperienza in quasi tutte le regioni del Sud per ottenere risultati eccezionali in un settore che in passato a tutti i livelli della filiera agro industriale e manifatturiera ci ha sempre non solo visti protagonisti ma esempi da imitare.
    Investire i 50 in dighe, bacini di raccolta e sistemi di distribuzione e irrigazione delle campagne ormai incolte rappresenterebbe una possibilità di crescita e di sviluppo in grado di essere realizzata in tempi brevi e diversamente che in passato non si tratterebbe di opere inutili e dannose.
    Questo investimento oltre che riguardare direttamente l’agricoltura e lo sviluppo di nuove attività manifatturiere dai derivati, riguarda nello specifico anche lo sviluppo di nuove fonti di energia da fonti rinnovabili non più fossili, non fotovoltaico, non eolico, ma da biomassa solida e liquida.
    Basti pensare a quanti milioni di ettari di terreno incolto o a pascolo si potrebbe trasformare in colture a colza da cui ricavare biodiesel. Finalmente si potrebbe pensare seriamente di smontare gli impianti di Taranto, Milazzo, Priolo, Gela, dove la mortalità per tumori infantili è il doppio rispetto al resto del Mondo. Infine la pesca, in Italia peschiamo solo un terzo di quanto consumiamo, eppure siamo circondati dal mare e la qualità del prodotto locale non è nemmeno in discussione quindi è necessario investire in un settore che potrebbe essere una parte della soluzione del problema. I nostri pescherecci sono vecchi e costosi. Servirebbero nuove barche più leggere e tecnologicamente all’avanguardia, che potrebbero essere elaborate nei cantieri navali Italiani ormai al collasso rilanciando un settore che per molti anni è stato il fiore all’occhiello della nostra economia. Non vorrei sembrare logorroico e quindi mi fermo qui ma sarei lusingato di conoscere il suo pensiero al riguardo. Cordialità. Giuseppe Pizzino.

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    • che bello leggere questa mail, confusa e precisa, strapiena di passione. Bene così. Oggi senza avere letto la sua ho scritto un post sul bilancio dello stato e quello di un’azienda con una visione leggermente diversa dalla sua. Ma il punto è che la visione è la stessa. si vola alto per indicare la via, poi si trova lo stretto sentiero per portarci lì.

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  3. Ovviamente non si può che condividere nella linea di reasonable rescue strategy dell’euro stesso; ma non c’è, (nonostante le teorizzazioni-ideologie di fondo basate sulle “indifferenze” e equivalenze ricardiane per presunte “aspettative razionali”), alcuna razionalità nella governance europea, se vediamo Monti affrettarsi alla ratifica “simultanea” Ita-Ger del fiscal compact, rafforzando la linea Merkel proprio quando potrebbe vacillare sotto i colpi dell’evidenza.

    Piuttosto, l’esigenza di “prendere tempo” per un riequilibrio basato sull’interdipendenza di politiche di crescita e sulla conseguente ricorrezione degli squilibri commerciali (area valutaria imperfetta, ma correggibile se la germania si rendesse conto dei vantaggi in the long run) forse richiederebbe misure di politica monetaria-finanziaria immediate da parte di BCE (dato che il MES appare più una via lastricata verso l’inferno):
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/l%e2%80%99importanza-della-sovranita-monetaria/213312/.
    Che ne pensa di questa proposta di Gawronsky? E’ sufficiente nelle dimensioni?
    Da altre fonti, apprendo che il Non Inflationary Loss Absorbing Capacity della monetizzazione BCE è stato stimato in 3,3 miliardi, e quindi sarebbe intatto per oltre il 90% (sul fronte QE agli Stati, cioè quello tipo FED, che agisce sulla domanda aggregata a componente pubblica e non sui costi-offerta del settore bancario). E’ uno spazio effettivamente praticabile?

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    • Richiederebbe una modifica dei trattati che invece una politica fiscale espansiva in fase di recessione non richiede. E non sappiamo se la moneta venga solo tesoreggiata e non spesa. E poi comunque non scordiamoci che queste politiche non possono essere scusanti per non fare le riforme giuste di lungo periodo, specie quelle di una nuova Pubblica Amministrazione al servizio del cittadino e delle imprese.

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  4. @Luca
    ‘un riequilibrio basato sull’interdipendenza di politiche di crescita e sulla conseguente ricorrezione degli squilibri commerciali (area valutaria imperfetta, ma correggibile se la germania si rendesse conto dei vantaggi in the long run) ‘

    Pardon Luca ma correggibile come (detto senza polemica e con vera curiosita’)?
    qua nel long run vediamo solo le banche spagnole e l’economia spagnola distrutta dai crediti esteri provenienti dall’europa core (germania ecc..)
    Il presidente di confindustria Squinzi propone gli stati uniti d’europa ,e piu’ o meno esplicitamente , una banca centrale e un sistema fiscale uniformato (ma a quel punto la spagna e l’italia diventerebbero l’alabama e la lousiana dell’europa con la necessita’ di politiche fiscali di stimolo ad hoc e con stimoli all’economia ad hoc )
    Ora che un governo tedesco accetti questo (e di accollarsi i costi per l’incapacita’ nella gestione dei rifiuti napoletani ad esempio) ho difficolta’ a crederlo , ma visto i vantaggi derivanti alla germania dall’area monetaria non ottimale potrebbe anche accadere non c’è dubbio

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    • Caro Rob,
      io sono d’accordo con te. Premesso che il “correggibile” era condizionato al “rendersi conto della germania”, il mio incipit era riferito a quella che pareva la correzione “di fatto” che Gustavo indicava nell’articolo e che ribadisce nella risposta al mio post.
      Cioè, l’ipotesi (che in assunto condivido) di Gustavo è, mi pare, che gli squilibri commerciali UEM, -cumulativi sia per la divaricazione dei tassi di cambio reale a monte, che per l’indebitamento privato che provocano a valle e che trasmettono al “pubblico”-, (per meccanismi in definitiva “contemplati” (imposti?) nel trattato), possano “di fatto”, essere corretti attraverso un’azione coordinata volontaria dei singoli Stati, non contemplata dal trattato (perchè non esiste un coordinamento delle politiche fiscali affidato a un ente UE).

      Se, come dice Gustavo nella sua risposta, la proposta Gawronsky (debito sovrano in euro di prossima emissione garantito al 20% per i prossimi 5 anni dalla BCE) richiederebbe la modifica dei trattati (per quanto a ben vedere l’insieme dello Statuto BCE, e non solo l’art.23.3, la cosa non sia del tutto scontata), di sicuro, però, attendersi politiche espansive dalla germania, sarebbe contrario ai trattati stessi, sulla cui lettera la germania stessa basa il suo puntiglioso e asfissiante dominio dell’Europa.
      Infatti:
      - una misura di sufficiente espansione della germania dovrebbe implicare la rinuncia al loro avanzo primario (come confermato pure dalle indicazioni dell’articolo con il grafico commentato) per “deficit spending” a sostegno della domanda interna (si tratta di circa 3 punti del loro PIL, la cui spinta non alzerebbe molto probabilmente il loro rapporto spesa(G)|PIL , grazie alla crescita “moltiplicata” di quest’ultimo denominatore);
      - una conseguente certa qual spinta inflattiva (difficile da stimare, pur tra le tante teorie possibile, ma che dovrebbe essere almeno pari o > +0,5,7, per assorbire gli scarti (medi) finora goduti sulle altre economie (altrimenti, senza correzione dei livelli dei prezzi e dei tassi di cambio reale, in poco tempo la situazione di riproduce e gli squilibri commerciali riaggraveranno indebitamenti privati e pubblici, ammesso che il precedente massiccio squilibrio sia riassorbibile nel breve periodo: si pongono al riguardo problemi simili, quanto a criticità, -tipo Marshall-Lerner, pass-off vari, elasticità dei prezzi/offerta dei prodotti delle varie economie- a quelli di una svalutazione monetaria;
      -una forte spinta alla omogeneizzazione del costo del lavoro tra i paesi “di buona volontà”;

      Insomma, questa pur lodevole strategia “razionale” (non certo “deduttiva-monetaristica” ma basata sul Mundell delle AVO) potrebbe sì “correggere” i problemi struttural-politici della UEM, ma PERCHE’ LA GERMANIA DOVREBBE ADERIRVI, perdendo il suo vantaggio competitivo e i “razionali” monetaristi e mercantilisti della sue elite bundesbank? Oltretutto, in tale linea, “protetta” non solo dal Trattato UEM ma vieppiù dal fiscal compact (che accentuerà gli squilibri per ovvii motivi che la teoria delle AVO indica con chiarezza)…

      In conclusione: l’impressione è che, attualmente, TUTTE le soluzioni ragionevoli e scientificamente corrette del problema della crisi euro siano impedite dalla politica e dalla ideologia tedesca e che Monti stia andando esattamente verso il rafforzamento di questa ideologia (con quali vantaggi obiettivi per l’Italia non è dato comprendere, fermo restando che spread e mercati sono legati alla “mancata” crescita e non a un debito pubblico nascente da debito privato per squilibri commerciali e monetari, come ormai indica apertamente lo stesso FMI, Blanchard permettendo)

      Reply
      • Caro Luca fa davvero piacere sapere che ci sono persone
        cosi’ consapevoli e informate sui problemi dell’eurozona

        comunque all’avanzare della tua analisi le possibilita’ di riuscita da questa crisi senza un radicale cambiamento dell’eurozona diminuiscono drasticamente…

        Troppe variabili solo vagamente probabili : se la germania
        accettasse un po’ di inflazione in piu’ , se si accettasse l’allineamento dei salari e via cosi’…

        Tra l’altro -per me- anche nella migliore delle ipotesi possibili , ovvero che la germania accettasse di diventare attore di un politica espansiva atta a riequilibrare gli squilibri
        che hai individuato con precisione , non è affatto detto i paesi in crisi che stanno -tentando-di deflazionare ne beneficirebbero in modo cosi’ pieno e risolutivo…(e duraturo come giustamente osservi)

        Poi c’è un problema con il sistema bancario/finanziario di spagna e italia in tensione per la crisi economica con il problema dei debiti privati (via banche eurozona-core) appesantite dal quel rifinanziamento mascherato del ltro
        della bce attraverso l’acquisto di obbligazioni sovrane

        Sistema bancario a sua volta messo in crisi della recessione/depressione —per concludere con la tua giusta
        osservazione su monti imposto dalla bce (e dalla germania?) per tentare di salvare il sistema bancaria europeo facendo
        pagare il prezzo sociale ed economico solo ai paesi (debitori)
        euromediterranei…

        Insomma potrebbe andare anche meglio…

        Reply
    • Caro Rob, d’accordo con te. Infatti, il mio “correggibile” era condizionato al “rendersi conto della germania” e all’ipotesi di Gustavo non mia (anche se, in assunto concordavo).

      Ma perchè la germania dovrebbe mollare la sua linea vincente a un passo dal Trionfo, ora che il fiscal compact ratifica e cristallizza la imperfezione, “vantaggiosa” per lei,dell’area valutaria ? E’ evidente che gli effetti del pareggio di bilancio sono opposti per i paesi in deficit ovvero surplus strutturale della bdp, esattamente come il cambio nominale fisso agisce in senso opposto a seconda se si sia sopra o sotto media del tasso effettivo di inflazione dell’area UEM.

      Insomma, il problema di cambiare i trattati si pone non solo rispetto alla proposta di Gawronsky (anche se considerando l’insieme dello Statuto BCE e non solo l’art.23.3 la conclusione non è scontata), ma anche per le politiche espansive concordabili (in astratto) tra i singoli Stati, come razionalmente propone Gustavo, FUORI (ma in definitiva “contro, “in deroga” ) del quadro del trattato UEM (che non prevede un’istituzione UE di governo fiscale e che con parametri e fiscal compact prevede sempre e solo OBBLIGATORIE E VINCOLANTI politiche deflazionistiche a effetti volutamente asimmetrici: bast dire che la germania, per un’efficace politica di sostegno coordinato dovrebbe. 1) rinunciare al saldo primario e aumentare perciò la spesa di circa 3 punti di PIL, senza peraltro gravi effetti sul rapporto debito|PIL dato l’aumento “moltiplicato” del denominatore; 2) arrivare a “inflazionare” di circa +0,5-0,7 il proprio livello dei prezzi per compensare lo scarto (medio) di inflazione a proprio vantaggio; 3) rendere omogeneo rispetto agli altri paesi, sul proprio livello di bench-mark, il mercato del lavoro, incluso trattamento fiscale e previdenziale-assistenziale…).

      IL problema è politico e “lotta contro di noi”:
      a) alla germania conviene tirare la corda delle asimmetrie fino al massimo vantaggio competitivo possibile, per poi semmai uscire dall’euro e fare shopping-specie in Italia- con la liquidità accumulata.
      b) Alle elites italiane, oggi più che mai al governo, conviene sperare che le politiche deflattive salariali, di riespansione dei profitti a danno di “risparmio” e funzioni pubblici, e di spartizione del mercato dei servizi essenziali, li lasci in sella anche quando il controllo sarà passato a nuovi “condottieri” (germanici? …nordeuropei) considerati più efficienti nel raggiungere la redistribuzione del plusvalore (e lo dico da non marxista).

      Cioè i nostri capitalisti (finanziari in testa), come alla fine del rinascimento, considerano la leadership straniera più capace di garantire loro un sereno godimento di profitti e, specialmente, rendite: per ciò il commissariamento monti-BCE non sembra destinato a esaurirsi col governo dei tecnici (e si continuerà a far credere che “attirare” investimenti esteri sia un punto di forza in un’economia come la nostra, basata su plus valore localizzabile e potenziale di export…)

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