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La Manica separerà 2 Unioni Monetarie?

Tra 6 mesi avremo un interessantissimo esperimento antropologico: il referendum scozzese per una unione monetaria tra Scozia ed Inghilterra (e quel che rimane del Regno Unito).

Qualcuno lo potrà definire un referendum per una “secessione” (il testo del quesito, chiarissimo, recita “la Scozia deve divenire un paese indipendente?”). Ma per noi appartenenti all’area dell’euro, con molti “euro-scettici” all’interno, non farà male vedere la questione in questa dimensione: sì, ci sono delle persone, dei popoli addirittura,  interessati a formare – in quest’epoca in cui le unioni monetarie godono di pessima reputazione – un’alleanza di diversi con la stessa moneta, ovvero popoli con parlamenti nazionali sovrani ma uniti dalla “sola” sterlina.

Che l’Europa guardi con timore a questo referendum (con Barroso che ha espresso già la sua disapprovazione) è motivo ulteriore per aprire gli occhi e prestare attenzione: al di là delle preoccupazioni spagnole per l’effetto domino sugli spiriti indipendentisti catalani, c’è chi vede evidentemente in questa mossa la possibilità che si cominci a riflettere concretamente su di un rallentamento del processo di unione fiscale europea. Se la Scozia non la vuole con il Regno Unito, così andrebbe il ragionamento, perché dobbiamo volerla noi tra paesi dell’euro?

Al referendum, paradossalmente, guardano con timore o disprezzo anche dalla sponda opposta. I fautori della uscita dell’euro si chiedono come sia possibile che due “diversi” non vogliano abbandonarsi del tutto, sterlina compresa. In questo referendum vedono la temuta conferma che “qualchecosa” di speciale e di positivo una moneta in comune ce l’ha, anche quando due paesi si ritengono desiderosi di non fare un matrimonio “completo” che preveda la fusione delle proprie istituzioni politiche.

Sono tre le questioni  chiave che un simile evento stimola nella mia mente: cosa c’è di diverso tra la loro eventuale unione monetaria e la nostra? Come mai la preferiscono ad una disunione totale con separazione valutaria? E come è possibile che si sia arrivati a questo punto in cui due paesi non ritengono utile mantenere una sovranità democratica in comune (detta pensando all’Europa dell’euro, cosa spinge due paesi a cedere sovranità democratica all’interno di una unione monetaria, procedendo verso una unione fiscale?).

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Comincio dalla prima domanda: cosa c’è di diverso con la situazione euro? Alcune cose.

E’ possibile per esempio che quello che in Europa si sta crescentemente mettendo in comune, l’intelligence di sicurezza nazionale, tra scozzesi e inglesi si separerà (tanto più che gli scozzesi potrebbero adottare una policy anti-nucleare che porterebbe a rimuovere i missili inglesi dal loro territorio). E’ anche possibile che diversa sarà la dinamica rispetto ai salvataggi bancari: mentre in Europa si parla della Germania che dovrebbe salvare le banche spagnole, in Inghilterra si minaccia di non salvare più le eventuali banche scozzesi in crisi.

Non sono questioni da poco, a conferma che nelle dinamiche di unione politica la difesa e la finanza giocano un ruolo sempre decisivo nelle trattative.

E’ vero, tra i 2 paesi ci sono una lingua in comune, una storia fortemente in comune (a studiarla a volte meno acrimoniosa di quanto non tenda a ricordarci Braveheart) ed una mobilità del lavoro maggiore che nell’area dell’euro. Qualcuno direbbe dunque: “loro sono un’area valutaria ottimale, noi no!”. Vero, ma, anche ricordando le preoccupate parole del Governatore della Bank of England, Carney (“in breve, una unione monetaria durevole e di successo richiede una qualche forma di cessione di sovranità nazionale”) è evidente il ruolo che giocano in tutto ciò le dinamiche in opposta direzione, integrative (proprie dell’euro) e secessioniste (proprie della eventuale scelta scozzese per il SI): le prime aumenteranno i fenomeni di vicinanza culturale, le seconde le diminuiranno, facendomi ritenere che tra 20 anni, a regime, vivremmo in aree monetarie molto simili.

Quindi, se c’è poco di diverso tra 20 anni tra noi e loro, forse la loro eventuale scelta per il SI è da comprendere meglio. Forse non lasciare l’euro e non accelerare sull’integrazione politica a tutti costi, in prima battuta verso una unione fiscale, è la scelta migliore? La risposta sarebbe sì se effettivamente gli scozzesi avessero una ragione fondata per votare SI.

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Perché gli scozzesi vogliono mantenere una valuta unica è la prima domanda che ci dobbiamo porre. Non la più interessante in realtà. E’ probabile che il referendum non avrebbe avuto altrettante possibilità di vittoria per il fronte del SI se unito a quello di abbandono della sterlina. Ma questo da parte mia è solo nascondere sotto al tappeto la questione, rinviare la risposta a chissà quando. E’ chiaro altresì che gli scozzesi capiscano come poco possono contare sulla possibilità che in tal modo, tenendo la sterlina, le loro banche verranno salvate: i messaggi che arrivano dalla City al riguardo non sono per nulla rassicuranti.

Come mai allora gli scozzesi si sentono così legati alla sterlina da non tollerarne una nuova, scozzese? E’ possibile che lo strappo sarebbe troppo forte, a conferma del contenuto simbolico che detiene una moneta. E’ possibile che la reputazione della sterlina permetta alla Scozia un “free-riding” non indifferente negli scambi internazionali che una nuova valuta non permetterebbe.

Tutte ragioni importanti, che dovrebbero far riflettere gli anti-euro, certamente.

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Ma adesso vorrei far riflettere i pro-unione fiscale nell’area euro. Chiedendomi come mai la Scozia potrebbe decidere di adottare una politica fiscale indipendente da quella attuale britannica, mettendosi a rischio, come giustamente sottolinea Krugman, di non poter affrontare con successo una crisi fiscale locale (non avendo come aiuto né la valuta nazionale né i trasferimenti da Londra come quelli che ci sono negli Stati Uniti, esattamente la situazione dell’Italia nell’euro di oggi).

A rileggere i (bei) resoconti sul referendum leggo di una lamentela scozzese di attuale “deficit democratico”. Ma in cosa consiste esattamente questa lamentela, in uno dei Paesi in cui la democrazia è stata da più lungo tempo “coccolata” e curata? In cui gli eletti scozzesi occupano in proporzione notevole gli scranni di Westminster?

La risposta che leggo è interessante e si attaglia alla mia visione del mondo e del problema attuale europeo: una percezione in molti (scozzesi) di una visione culturale (non genetica o che) diversa che va prevalendo nelle due aree geografiche dell’isola. E che l’attuale governance politica britannica non permette di essere rappresentata appropriatamente.

“La nostra storia nazionale – dice il leader del SI scozzese Salmond – è stata costruita da molte generazioni sui valori della compassione, dell’uguaglianza e della preminenza senza pari per l’individuo  (empowerment) dell’istruzione”. E siccome il Regno Unito va secondo alcuni virando verso un modello più statunitense “dove non si può mai dare a sufficienza al top 1% della popolazione quanto a distribuzione dei redditi”, è chiaro che l’esigenza di modellarsi attorno ad un modello più “scandinavo” ha modificato il quadro politico scozzese, dove già da tempo non esiste più un partito conservatore ma dove lo stesso Blair non è ricordato con affetto per le sue riforme troppo liberiste e pro-finanza.

Poco riusciamo a fare, dicono gli scozzesi del SI, per le nostre scuole, la nostra università, i nostri ospedali e non c’è devoluzione a sufficienza per fare quello che vogliamo noi. “Quella che è iniziata in Scozia è una ribellione contro lo stato centralizzato presso Westminster, che continua a erogare alla Scozia, al Galles, all’Irlanda del Nord una somma di fondi bloccata, piuttosto che permettergli di tassare e spendere i propri fondi come meglio desiderano”.

Siano avvertiti tutti i politici europei che vogliono muoversi verso uno stato delle cose ancor più centralizzato di oggi, stiano attenti a non calpestare il ruolo essenziale della cultura di riferimento e le preferenze sociali di un popolo. Perché il passo successivo è la fine dell’Unione che si sperava di rafforzare. La Commissione delle “medie”, che raccomanda a tutti di convergere su tutto con identiche riforme, è strumento in questo senso destabilizzante.

E qui vi è un’ultima lezione, forse la più potente. Come è possibile che proprio la Scozia, che tanto aveva dato al Regno Unito dal dopoguerra, sia arrivata a questo punto di volontà di separazione? Semplice. La fine della statalizzazione dell’economia inglese, decretata da Margaret Thatcher, che tanto aveva dato alla Scozia. Allan Little, della BBC così parla di quel Regno Veramente Unito di allora: “Quando sono cresciuto a Galloway erano i giorni di British Coal e British Steel. Lo stato britannico era quello che probabilmente ti aveva costruito la casa, riscaldato il salotto, e cablato il telefono. Era quello che produceva l’acciaio e dava occupazione a tutti nei dintorni. Ora tutto questo non c’è più. Comunità come Galloway che erano la pietra fondante dell’identità Britannica in Scozia, oggi, come l’Impero, spariscono nella memoria collettiva”.

Ironicamente il programma di denazionalizzazione della Thatcher ha ottenuto un risultato che la semantica di allora non aveva compreso fino in fondo.

Così come gli Stati Uniti sono divenuti tali con la solidarietà di Roosevelt e non subito, così il Regno Unito (la parola è sempre quella) rischia di morire nel momento in cui si perde il significato della parola stessa, solidamente ancorata ai principi della solidarietà e di una unione tra pari.

Questo è il messaggio più potente che la Scozia urla oggi all’Europa: nessun passo significativo in avanti può essere fatto senza solidarietà e valori messi in comune, rappresentando quelli di ognuno.  Nel frattempo che ponderate sul da farsi non fate nessun passo avanti a costruire una centralizzazione senza anima: ne morireste immediatamente.

Se mai la Manica finisse per dividere due unioni monetarie, la raccomandazione ad ambedue per l’oggi sarebbe identica: trovate lo strumento per aiutare all’interno chi viene colpito da shock nazionali. Senza questa forma di solidarietà il passo verso il disfacimento di ambedue le unioni monetarie sarà inevitabile.

7 comments

  1. Secondo me c’è un’altra differenza essenziale: là chiedono ai cittadini mentre qui hanno imposto dall’alto (e invalidato i referendum con esiti contrari).
    Ma oggi l’Europa sta dimostrando di essere dittatoriale anche oltre i suoi confini.

    “Il referendum in Crimea “è illegale e illegittimo e il suo risultato non verrà riconosciuto”. Così si sono espressi il presidente della Ue Van Rompuy e il presidente della Commissione Ue Barroso in una dichiarazione congiunta.
    Ma che diritto hanno costoro sulla Crimea?
    Sappiamo che gli esiti dei referendum e il principio di autodeterminazione dei popoli non hanno più nessun valore nell’UE, ma il continente premio Nobel per la pace, insieme a quell’altro Nobel per la pace d’oltreoceano, può abolire la democrazia anche al di fuori dei sui confini?
    Perché la secessione del Kosovo dalla Serbia è legittima e quella della Crimea dall’Ucraina sarebbe illegittima?

    Quando l’EU cerca di sedersi al tavolo (in verità una ciotola sul pavimento) fa disastri.
    Perché si preoccupa tanto dell’Ucraina quando sta riducendo alla povertà i suoi cittadini? Perché vuole “esportare democrazia” quando non ne ha abbastanza per sé?
    Le minacce di sanzione sono poi semplicemente ridicole!!!
    Insomma, l’Eu non perde occasione per mostrare la sua anima feroce, ottusa e dittatoriale.

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  2. Ma se la domanda del referendum è “la Scozia deve divenire un paese indipendente?”, perché si tenta di ridurla alla questione sulla moneta da adottare?
    Se la Sicilia decidesse di indire un referendum per sganciarsi dall’Italia, dovremmo discutere di quale moneta adotterà? Io penso di no.
    La sensazione è che questa riflessione sia del tutto strumentale.

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    • Il perché la Scozia si separa mi pare sia trattato in abbondanza, legga bene. Il perché lo faccia con una moneta non sua è rilevante eccome, per noi. Strumentale? Ovvio, assolutamente, se vuole glielo scrivo, ma mi pareva ovvio.

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    • Fabio Fraternali

      17/03/2014 @ 21:12

      Quando la vita insieme non funziona sono solite istanze all’isolamento. Per poi tornare insieme cercando di evitare ciò che ha causato le spinte isolazioniste. Questa,è la storia dell’uomo da millenni. Dall’impero romano, il sacro romano impero, l’Europa nazista fino all’Europa dei nostri saggi padri per finire alla nostra composta di individualismi. Ecco perchè il discorso sulla moneta e la solidarietà non è per nulla banale.

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  3. Fabio Fraternali

    17/03/2014 @ 21:25

    Gli psicologi che si occupano di terapia familiare mi hanno insegnato una cosa. Moglie e marito si separano. Poi parlando con lei (o con lui) non senti altro che parlare dell’altro. Questi si sono separati nell’animo? Così Scozia e Inghilterra si separino pure ma hanno una moneta comune che fa da elemento di unità in un contesto più confortevole per entrambe. Potrei citare paesi di un continente lontano che ancora abbisognano di una bella signora con la corona sulla moneta.

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