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Il bello che è nell’uomo e nell’economia

Il mio Dipartimento di Impresa Governo Filosofia tira alla grande e organizziamo eventi dopo eventi, per pensare “out of the box”. Per un economista essere esposto alla diversità dei linguaggi e dei pensieri è ossigeno puro. Sono felice.

Oggi a parlare di homo economicus. Egoista, razionale, chiaroveggente? Anche ma non solo. Da tempo lo studio dell’economia ha superato questo quadro semplicistico, fosse anche solo per “stilizzare” il comportamento umano.

Eppure rimane uno iato, tra la microeconomia che si è affinata per aprirsi al dialogo con altre scienze cognitive, la microeconomia i cui soggetti di studio possono essere altruisti, irrazionali, miopi, pieni di rimpianti ed impazienza, e la macroeconomia che resta ben più chiusa come dice Phelps, nella sua torre d’avorio.

Soffre la macroeconomia, di una mancanza di apertura alle nuove scienze ed alle loro scoperte. Come se il “tutto” fosse immune dal comportamento dei singoli, sempre un passo indietro.

Non è una storia nuova.

Lo era con Adam Smith e la sua mano invisibile della Ricchezza delle Nazioni, in cui tanti imprenditori costellano il cielo dell’economia ma non intendendo ”perseguire il pubblico bene, (mirando) soltanto al guadagno proprio; ed in questo … (sono) guidat(i) da una mano invisibile a promuovere un fine, che non rappresentava alcuna parte delle (loro) intenzioni. Né è sempre un danno per la società che quel fine non rientri nelle (loro) intenzioni. Nel perseguire l’interesse proprio, (essi) spesso promuov(ono) quello della società più efficacemente che quando realmente intenda(no) promuoverlo. Non ho mai saputo che sia stato fatto molto bene da coloro i quali affettano di commerciare per il bene pubblico …”.

Insomma una economia meravigliosa costellata di individui gretti ed egoisti.

Ancora più lampante la fallacia di aggregazione nell’opera mirabile della Teoria dei sentimenti morali in cui Smith anni prima addirittura affermava come: “i ricchi non fanno altro che scegliere nella grande quantità quel che è più prezioso e gradevole. Consumano poco più dei poveri, e, a dispetto del loro naturale egoismo e della loro naturale rapacità, nonostante non pensino ad altro che alla propria convenienza, nonostante l’unico fine che si propongono dando lavoro a migliaia di persone sia la soddisfazione dei loro vani e insaziabili desideri, essi condividono con i poveri il prodotto di tutte le loro migliorie. Sono condotti da una mano invisibile a fare quasi la stessa distribuzione delle cose necessarie alla vita che sarebbe stata fatta se la terra fosse stata divisa in parti uguali tra tutti i suoi abitanti, e così, senza volerlo, senza saperlo, fanno progredire l’interesse della società, e offrono mezzi alla moltiplicazione della specie. Quando la Provvidenza divise la terra tra pochi proprietari, non dimenticò né abbandonò quelli che sembravano essere stati lasciati fuori dalla spartizione.”

Ma siamo proprio sicuri che questa mano invisibile non era uno strumento di comodo per rendere invisibile ai più il distacco evidente tra una credenza in una natura umana (gretta) e funzionamento complessivo (mirabile) dell’economia?

Di una simile schizofrenia soffre anche Keynes quando, in “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, afferma come l’imprenditore capitalista sia un misero Zio Paperone intento a contare il vile denaro, figura, quella dell’imprenditore, di cui nel tempo ci sbarazzeremo: “l’amore per il denaro in quanto possesso (e non in quanto mezzo finalizzato alle gioie e alle realtà dell’esistenza) sarà riconosciuto per quello che è, una morbosità alquanto disgustosa, una di quelle propensioni semicriminali e semipatologiche da affidare rabbrividendo agli specialisti di malattie mentali. Saremo finalmente liberi di disfarci di tutte quelle usanze e pratiche sociali che oggi determinano la distribuzione della ricchezza e dei premi e castighi economici e che noi manteniamo a tutti i costi, per quanto disgustose e ingiuste in sé, soltanto perché enormemente utili a promuovere l’accumulazione capitalistica.”

Ce ne sbarazzeremo per finire non si sa bene come in uno stato stazionario contemplativo in cui “torneremo ad attribuire maggior valore ai fini che ai mezzi e a privilegiare il bene rispetto all’utile. Onoreremo coloro che insegnano a cogliere l’ora e il giorno virtuosamente e bene, le belle persone che sono capaci di godere delle cose come sono, i gigli del campo che non lavorano e non filano.”

O caro Keynes, genio malgrado pensassi che tale stato contemplativo sarebbe arrivato (e mai arriverà) nel 2030, non è forse la smania di dipingere negativamente l’imprenditore, senza capirne il ruolo positivo, che ti portò a fare previsioni così sbagliate sul futuro dell’umanità? E’ quel che mi chiedo, pensando ai tanti economisti che, nel non capire l’homo economicus “vero”, finiscono per non capire come funziona l’economia attorno a loro.

E’ un peccato che Keynes, nel teorizzare su questi temi abbia ignorato alcuni illuminanti riflessioni del suo maestro Alfred Marshall, il quale affermava che “al chimico o al fisico può capitare di fare soldi grazie alle sue invenzioni, ma raramente questa è la vera motivazione del suo lavoro…gli uomini d’affari sono d’indole molto simile a quella degli scienziati perché hanno la stessa inclinazione naturale alla caccia, e molti di loro hanno la stessa capacità di sentirsi stimolati a sforzi intensi e perfino frenetici da desideri di emulazione che non hanno alcunché di gretto o ignobile. Questa parte della loro natura è stata però fraintesa e messa in ombra dal loro desiderio di fare soldi…E così tutti i migliori businessmen vogliono fare accumulare denaro, ma a molti di essi non interessa il denaro in quanto tale: lo vogliono soprattutto come prova lampante, per se stessi e per gli altri, di aver raggiunto il successo”.

Ecco, che se decidessimo finalmente che il bello è nell’uomo e per questo il mondo è bello, forse capiremmo ben di più quello che ci circonda.

Ma per fare questo noi economisti dovremmo prima parlare con chi il bello lo ha studiato. Così, come dice Phelps, riusciremmo a diventare quello che dovremmo essere veramente, una scienza non della razionalità egoista ma della creatitività che ci circonda e ci illumina. Quel giorno nessuno farà più errori di previsione né scellerate politiche economiche.

12 comments

  1. Sfoglio pagine, attraverso articoli, colgo opinioni stancamente, passo trasversalmente tra i favoriti ,da un argomento all’ altro. …Intercetto il bello che è nell’uomo , mi soffermo e leggo. Una danza sfrenata tra homo economicus e la filosofia dei pensatori, e poi ancora l’intelligenza , in un gioco di intermittenze frenetiche con l’arroganza di chi ha desiderato successo e richezza come un personaggio di un romanzo. Un interfacciarsi di comprensione e accadimenti inarrestabili. Di speculazioni filosofiche e logiche spietate non difficili da parcepire. Poi silenzio! ..Arriva la bellezza! ..quella dell’Uomo con la U maiuscola l’unica realtá in cui ci troviamo veramente immersi, e mi giungono pensieri nuovi, la mia attenzione si sposta dall’esterno all’interno, come se un incantesimo si rompesse e mi scagliasse in un altro luogo, a un oceano di distanza dove riesco ad assaporare ciò che in noi è veramente vivo e scopro con stupore di averlo fatto senza essermi spostata di un solo millimetro. Ferma su questo suo straordinario pensiero. Chapeau professore.

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  2. Guardi, professore, che Keynes ce l’aveva col rentier, non con l’imprenditore… Per quanto riguarda lo stato stazionario, dipende da come lo interpreta: se si riferisce alle merci, potremmo dire di aver già raggiunto un livello sufficiente di produzione di beni materiali che, data una diversa distribuzione, potrebbero soddisfare i bisogni (materiali, appunto) di ognuno di noi. Ci sono poi altri bisogni, sociali, pressoché infiniti e sui quali non solo lo Stato, ma anche gli uomini, finalmente emancipati dal lavoro a tempo pieno, si potrebbero e dovrebbero dedicare, se davvero avessero a cuore i propri interessi, la propria felicità, e non la bramosia di cullare la propria inquietudine nell’accumulazione di denaro fine a sé stessa. E’ a questo che Keynes cerca di volgere l’attenzione. Non all’odio di classe verso l’imprenditoria, come Lei pare suggerire. Saluti!

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    • Oh no. Altro che rentier. Investimento puro. Avendoci scritto un libro sopra, ho adorato questo saggio come adoro Keynes, specie per i suoi errori così importanti per capire di più. Un genio anche in quello.

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  3. Da: Emma Rothschild
    Economic Sentiments
    Adam Smith, Condorcet, and the Enlightenment
    Chapter 5: The Bloody and Invisible Hand
    Harvard University Press
    Cambridge, Massachusetts, 2001
    pp. 116-156, Notes 288-316

    Smith used the words “invisible hand” on three quite dissimilar occasions. [3]  The first use, in his “History of Astronomy” (which is thought to have been written in the 1750s, but was preserved by Smith for posthumous publication), is clearly sardonic.  Smith is talking about the credulity of people in polytheistic societies, who ascribe “the irregular events of nature,” such as thunder and storms, to “intelligent, though invisible beings – to gods, demons, witches, genii, fairies.”  They do not ascribe divine support to “the ordinary course of things”: “Fire burns, and water refreshes; heavy bodies descend, and lighter substances fly upwards, by the necessity of their own nature; nor was the invisible hand of Jupiter ever apprehended to be employed in those matters.”

    In linea a http://www.compilerpress.ca/Competitiveness/Anno/Anno%20Rothschild%20Bloody%20&%20Invisible%201.htm

    Un saluto, Pietro

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  4. Giacomo Gabbuti

    08/12/2012 @ 12:40

    Sarebbe però da studiare cosa resta di questo imprenditore in ciò che si apprende nelle Business School!

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  5. ….. migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.

    Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi.

    Luigi Einaudi

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    • bellissimo. Grazie Laura. A me pare che di Einaudi nel dibattito corrente si prendano sempre le sue citazioni meno interessanti. O forse viene citato a sproposito.

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