Defezione, protesta e austerità europee

Su Il Manifesto

*

C’è un’Europa che esiste e resiste. E’ un’Europa che si prende le piazze per protestare, civilmente. Protesta europea, dunque contro le istituzioni europee. E non potrebbe essere altrimenti, di fronte all’irrilevanza dei governi nazionali, che cambiano colore ogni 5 anni ma supinamente fanno quello che fecero i loro predecessori, dopo avere giurato in campagna elettorale che avrebbero cambiato tutto. E ripetono solo quanto a loro chiesto dalla Commissione europea.

C’è eterogeneità in questa protesta comune. Se Albert Hirschman fosse ancora qui con noi ci avrebbe ricordato di “lealtà, defezione e protesta”, le tre opzioni durante una crisi a disposizione dei cittadini. Mentre la Francia effettivamente protesta ad alta voce, l’Italia è per ora meno rumorosa, anche perché è con la defezione che hanno votato i 630.000 giovani tra 18 e 34 anni che hanno lasciato il paese dal 2011 al 2024. In ambedue le nazioni, tuttavia, si erode la lealtà verso le istituzioni europee e questo specifico progetto dell’Unione europea pare sempre meno credibile. Anche perché la protesta non è solo dei giovani e degli studenti, come mostrano le piazze spagnole contro le politiche abitative o gli scaffali dei supermercati del sud d’Italia vuoti per la rabbia degli autotrasportatori.

Per cercare l’origine di questa protesta non dobbiamo andare troppo indietro nel tempo. E’ ovvio come si sia di fronte a una mancanza di opportunità e di protezione per le fasce più deboli e/o dinamiche della popolazione e che ciò sia dovuto a sua volta a una carenza di rappresentanza democratica da parte delle istituzioni europee, dove predominano forti lobby interne ed esterne all’UE che richiedono regole di funzionamento insensibili alle esigenze e sofferenze di questi settori sociali così fondamentali. I giovani, loro, non sono più una lobby: l’elettore mediano in Italia nel 1960 aveva 31,2 anni, nel 2000 ne aveva 9 di più. Oggi, ci ha messo solo 25 anni a invecchiare di altri 9: ha 49 anni e detta politiche che non hanno nulla a che vedere con gli interessi dei giovani, che rispondono non andando a votare, in un circolo vizioso la cui unica eccezione, a conferma della regola, è stato il ruolo decisivo giocato per l’esito dell’ultimo referendum.

Che forma operativa assume questa rimozione di rappresentanza democratica? L’austerità, ovvero la disintermediazione delle istituzioni pubbliche a supporto dei più deboli. E’ inconcepibile essere giovani e leggere dal lessico di Bruxelles frasi come: “la spesa per la difesa dovrà essere stabilmente e strutturalmente più elevata”: essi ne comprendono bene il messaggio sotteso, e cioè maggiori tasse e soprattutto minore spesa sociale per i prossimi decenni, i loro decenni.

Ma non c’è bisogno di analisi del lessico, basta quella dei numeri. Prendiamo l’Italia, dove la pressione fiscale è salita in questi anni dal 41,6 al 43% senza mai averne discusso in Parlamento: basta l’inflazione del 2022 e del 2026 a fare bottino pieno. Ma quello che è veramente impressionante è quello che sta avvenendo sul fronte della spesa pubblica, specie quella primaria. A guardarne il valore dal 2023 al 2026 leggiamo che è cresciuta di 27 miliardi. Pare tanto. Ma capiamo meglio.  Vuol dire una crescita annuale dello 0,9% l’anno, circa 2,7% in totale. Peccato che l’inflazione nello stesso periodo sia stata dell’8%, generando una diminuzione reale della spesa di più del 5%. Se all’istruzione quest’anno vanno 57,9 miliardi, 375 milioni in più del 2025, ovvero lo 0,6% in più di euro, noi sappiamo che con un’inflazione del 3,3% abbiamo 2,7% in meno nel potere d’acquisto degli stipendi degli insegnanti o di denaro per mantenere le aule rispetto all’anno prima.

E’ questa l’austerità. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha termini più stemperati per dire la stessa cosa: “l’orientamento di bilancio si conferma restrittivo”. Restrittivo, a causa di una “nuova” regola europea che dice che la spesa netta deve crescere di non più del 3% in euro. Nata per essere una regola con inflazione del 2%, garantendo quindi una crescita della spesa pubblica reale dell’1% (per comprare più TAC, più ambulanze o per premiare e stimolare professori e vigili del fuoco), con un’inflazione al 3,3% diventa un modo per imporre meno servizi pubblici alle classi sociali più bisognose. Se guardiamo alla “vecchia” regola, quella di aumentare costantemente la differenza tra tasse e spese, ebbene anche qui è chiaro il trend, il surplus primario raddoppia dallo 0,8% di PIL del 2025 all’1,6% del 2028. Bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga uguale a prima, avrebbe detto Tomasi di Lampedusa.

La scuola ha due nemici. Quello visibilissimo spacca le vetrine, e per quello mandiamo 500 soldati. Ma contro quello invisibile, un singolo grumo di potere non eletto che si rialloca risorse a spese dell’Europa e del suo futuro, chi mandiamo? Cominciamo da noi. Il 30 ottobre, per lo sciopero generale, gli andrà mandato contro un esercito di bandiere per le strade d’Italia che urli pacificamente non contro l’Unione ma contro questa Unione, per un’Europa veramente e finalmente al servizio della gente che soffre e che spera.

Opera: “Seneh” – Copyright opere Angela Maria Piga, all rights reserved.