Uno, dieci, cento PNRR

Il 1mo ottobre sul Sole 24 Ore, con Annalisa Giachi e Gaetano Scognamiglio

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Liquidare il PNRR come un’occasione mancata rischia di essere una semplificazione tanto comoda quanto fuorviante, inutile e pericolosa. Certo, non tutto ha funzionato. Alcuni investimenti sono stati rimodulati, ma nell’arco di un sessennio può anche essere un’ottima idea, altri hanno proceduto con fatica, mentre alcune riforme hanno prodotto risultati inferiori alle aspettative.
Ma chi sostiene che il Piano non abbia rafforzato la resilienza del Paese basandosi sul basso incremento del PIL, pecca due volte. Da un lato, per il breve periodo, sottostima l’analisi controfattuale che secondo le più autorevoli analisi ha evitato non solo un forte calo della produzione e dell’occupazione ma anche una recessione, con i suoi nefasti impatti connessi a instabilità delle finanze pubbliche e a crescente instabilità sociale. Dall’altro, nel medio termine, concentrandosi su indicatori assolutamente poco affidabili come il PIL potenziale, tralascia di considerare quelle riforme realizzate che in maniera sorprendente, ma al contempo evidente, hanno cominciato un lento ma percepibile cambiamento là dove il nostro ritardo rispetto ad altri Paesi con cui amiamo paragonarci appariva innegabile. A cominciare da quello avvenuto nella Pubblica amministrazione.
La resilienza, infatti, non è soltanto capacità di costruire infrastrutture o spendere risorse. È anche capacità dello Stato di motivare i propri attori a sostenere un progetto comune e a rafforzarsi. Su questo terreno il PNRR ha prodotto una discontinuità evidente. Comuni e province, spesso descritti come l’anello debole della catena amministrativa, hanno sorpreso – i dati lo dimostrano – per capacità di reazione, gestione dei bandi, progettazione e messa a terra degli interventi in tempi più rapidi rispetto al periodo pre-Covid. In diversi comparti strategici, abbiamo mostrato una capacità di coordinamento e realizzazione superiore alle attese: si pensi ad esempio al ruolo delle grandi stazioni appaltanti come RFI, dove il PNRR ha accelerato processi, procedure e investimenti. I dati recentemente presentati dal Ministro Paolo Zangrillo, che ha citato i progressi nel reclutamento e nella semplificazione, vanno anch’essi collocati in questo quadro. Certamente la semplificazione non può dirsi conclusa: è un processo che richiede anni e un cambiamento culturale, non solo in Italia ma anche in Europa. Ma l’impegno c’è stato e presumibilmente continuerà.
Questi risultati non cancellano le criticità ma bisogna tenerne conto per essere consapevoli che il Paese ha fatto uno sforzo enorme e che ora il tema sul tappeto deve essere quello di come dare continuità a una stagione di investimenti che non può essere interrotta. Semmai si potrebbe rimpiangere una sorprendente mancata campagna comunicativa che avrebbe dovuto accompagnare i tanti progetti realizzati, così da avvicinare all’Unione europea i nostri cittadini, specie quelli più giovani.
Quanto sopra rileva per il nostro futuro anche a livello politico. Siamo ormai entrati in una lunga fase pre-elettorale. Proprio per questo maggioranza e opposizione dovrebbero essere chiamate a rispondere a una questione semplice: visto il suo successo, che cosa sostituirà il PNRR nei prossimi cinque anni? Con quali risorse, quali regole di progettazione, spesa e finanziamento, quale modello di governance, quale capacità amministrativa? Il tema riguarda anche la gestione ordinaria di ciò che è stato creato in questi anni. Come funzioneranno le nuove Case della Comunità se mancheranno medici, infermieri e personale sociosanitario? Come saranno gestiti i servizi per anziani e fragili trasferiti nei nuovi alloggi? Come verranno finanziati gli ITS, dopo che il PNRR ne ha rafforzato il ruolo nella formazione tecnica superiore? Sono solo alcuni esempi, ma il tema riguarda non solo tutte le missioni del PNRR, ma soprattutto riguarda la questione di quale sia il modello socio-economico che vogliamo proporre per il Paese nel prossimo futuro.
In questo quadro anche l’Europa dovrebbe interrogarsi. La Commissione ha avuto un ruolo utile nel migliorare la qualità della spesa, nel chiedere riforme, nel vincolare obiettivi e risultati. Ma sul terreno delle regole quantitative, come quelle delle regole per la finanza pubblica, il modello europeo mostra sempre più tutti i suoi limiti. In un mondo in cui Stati Uniti e Cina utilizzano politiche industriali, fiscali e tecnologiche di dimensione mondiali, senza una politica espansiva degli investimenti il dopo PNRR rischia di allargare un gap già esistente e lasciare l’Europa definitivamente al palo nella governance mondiale.
Per questo la discussione pubblica dovrebbe cambiare registro e passare dall’ansia della visibilità a breve a una capacità di visione lungimirante. Bisogna imparare dalle criticità sperimentate con il PNRR e trasformare i suoi tanti successi in capacità, senza disperdere il capitale amministrativo, progettuale e istituzionale accumulato in questi anni. Il PNRR è stato causa di una spinta straordinaria, seppure meno visibile di quanto avrebbe potuto essere. Ora serve una nuova fase politica all’altezza di quella spinta. È questo il tema che dovrebbe entrare a gamba tesa nella campagna elettorale: non chi può rivendicare il Piano, ma chi è in grado di governarne, e come, il dopo.

Opera: “Master Mind” – Copyright opere Angela Maria Piga, all rights reserved.

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