Il dilemma dei prigionieri italo-europei

Oggi sul Sole 24 Ore.

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I recenti dati del Fondo Monetario Internazionale sulla crescita economica durante il biennio 2022-2023 riportano un po’ di serenità, dopo che la stessa istituzione, lo scorso novembre, aveva prospettato scenari ben più cupi. In particolare il nostro Paese chiude il 2022 meglio di quanto atteso solo tre mesi prima (dal +3,2 al +3,9%) e può ora sperare in un 2023 non recessivo (dal -0,2% al +0,6%). Una crescita economica 2023 in linea tra l’altro con le proiezioni fatte dal Governo Meloni nella NADEF, anche se certamente a livelli non ambiziosi, tanto più se si considera che il quadro complessivo del nostro Paese continua a permanere quello di uno Stato membro dell’Unione europea (UE) che inesorabilmente continua ogni anno a perdere peso economico e dunque politico all’interno dell’area dell’euro. Un declino senza battute d’arresto nei primi due decenni del secolo (che ci ha portati dal produrre il 18% del PIL dell’area euro nel 2000 al 14% del 2020) e che nell’era post Covid non cessa di confermarsi. Se infatti, in base ai nuovi dati, dal 2020 al 2023 l’area dell’euro crescerà del 3%, il nostro Paese crescerà di quasi 1 punto percentuale in meno, del 2,1%.

Questo punto percentuale, 20 miliardi, che manca all’appello costituisce un mistero che merita di essere approfondito. Come è possibile che una performance relativa così negativa stia avvenendo quando al contempo riceviamo enormi stanziamenti dall’UE per il tramite del PNRR? Rispondere a questa domanda equivale ad identificare quelle fragilità del contesto entro il quale opera oggi il nostro Paese e, con tutta probabilità, anche le ragioni di quel declino ormai ultraventennale di cui sopra. E forse è proprio utile rovesciare la prospettiva e chiedersi se quanto ci ha frenato nei primi due decenni sia ancora una palla al piede di un Paese che non riesce in alcun modo a riprendere la sua corsa: e la risposta è un fragoroso sì, un doppio sì.

Sì, l’austerità conosciuta nel decennio trascorso, e che così tanti danni ha causato al tessuto imprenditoriale e sociale del Paese lasciando ampie cicatrici, è ancora oggi – incredibilmente – con noi (malgrado il pesante contesto emergenziale dovuto a guerra, pandemia, inflazione da costi), fortemente radicata nel PNRR. Lo conferma il suo famigerato art. 10, che condiziona l’erogazione dei fondi europei alla mannaia senza se e senza ma di una decisa ed austera convergenza ad un rapporto deficit-PIL del 3%. Era così nell’aprile del 2021 quando si chiedeva all’Italia di Draghi di scendere per il 2024 dall’11,8% al 3,4% di deficit-PIL in 3 anni; è così oggi con un Governo Meloni che si è obbligato a farlo scendere, sempre in 3 anni, dal 5,6% al 3%. Come pensare che un Paese allo stremo come il nostro possa fra crescere il proprio PIL, al contempo abbattendo il rapporto debito-PIL, sotto queste condizioni così miopi di austerità? Ma c’è anche un altro sì.

Sì, la madre di tutte le riforme interne che il Paese attende da così tanto tempo, la rivoluzione organizzativa della Pubblica Amministrazione verso una spesa pubblica di qualità, è ancora al palo. Lo vediamo clamorosamente nei numeri del PNRR e dei suoi investimenti previsti.  A breve conosceremo quanti degli iniziali 43,3 miliardi che prevedevamo di spendere nel 2020-22 sono stati messi a terra; ed è probabile che siano addirittura inferiori a quei 20,5 che la NADEF di questo Governo ottimisticamente dichiarava solo pochi mesi fa, mettendo dunque ormai in dubbio anche che si possa rispettare l’altro traguardo dell’attuale cronoprogramma, quello che per il 2023 prevede una spesa di 40,9 miliardi. Come infatti pensare che un Paese come il nostro – la cui Pubblica Amministrazione è svuotata di personale nelle sue piante organiche soprattutto in molte aree critiche del Paese, che non pensa a spendere per formare competenze, che è incapace di sottrarre personale motivato al settore privato per il tramite di offerte di lavoro congrue ed all’altezza della sfida – possa farcela a spendere in tempo e bene?

Il circolo vizioso in cui siamo bloccati da quando è nato l’euro è tutto qui: non sappiamo spendere bene, di conseguenza l’Europa non ci permette di spendere quanto dovuto in fasi di emergenza, spendiamo sempre meno e dunque sempre peggio, generando declino economico e conseguente instabilità nei conti pubblici. Europa ed Italia, legate inesorabilmente in un comune destino, si trovano in un dilemma del prigioniero dove per perseguire il vantaggio di ognuno (austerità in salsa europea, nessuna vera spending review in Italia) perdono un esito complessivo favorevole ad entrambi, finendo in un equilibrio di instabilità europea da un lato e stagnazione italica dall’altro.

Ma quale sarebbe questo esito complessivo favorevole ad entrambi su cui trovare un accordo? Sia chiaro, non un accordo piccolo, fatto di “aiuti di stato” concessi ai soli stati membri c.d. virtuosi e “rinvio della scadenza del PNRR” ai c.d. meno virtuosi come noi, che appare in questi giorni materializzarsi come concreta possibilità. Esso non risolverebbe nulla né per la stabilità dell’Italia che tanto interessa all’Europa né per le regole europee di minore austerità che tanto interessano all’Italia. No, è necessario un salto di qualità, dove l’Italia finalmente porti a compimento una rivoluzione amministrativa fatta di assunzioni di qualità, investimenti pubblici in capitale umano, appalti pubblici dove autonomia delle scelte e performance di qualità delle nostre stazioni appaltanti generino fiducia in Italia ed all’estero sul nostro Paese; e dove l’Europa, convinta di un credibile impegno italiano sulla qualità della spesa, accetti un patto di stabilità che consenta all’Italia di fare ancor più investimenti pubblici di quelli già consentiti dal PNRR, portando sviluppo alla penisola e a quell’abbattimento del debito pubblico su PIL che renderebbe l’Europa tutta più forte a livello globale.

Niente di meno è richiesto ai nostri leader europei.

Opera: “Pubblico”. Copyright opere Angela Maria Piga, all rights reserved.

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