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L’emorragia dei giovani non si arresta

Ecco l’evoluzione dal dopoguerra della percentuale di studenti diplomati presso la scuola superiore che accedono al primo anno di università.

Me li ricordo quegli anni verdi della mia università, quando in tanti, tantissimi, ci spingevamo la mattina presto ai cancelli per entrare per primi ed apprendere. Tra il 1982 ed il 1995 l’accesso dei maturati all’università sale dal 48,5% a 76%: oh sì se ci credevamo nell’università italiana e nel suo miracolo!

Certo potremmo notare (cerchio blu) che nell’immediato dopoguerra quel numero era ancora più alto, superando quota 80%: vero, ma molti meno erano i diplomati. Quei pochi che terminavano la scuola in quegli anni sicuramente sarebbero finiti sui banchi universitari, figli delle élites abbienti.

Ma guardate all’oggi: al crollo (cerchio rosso) della percentuale dal 2000 al 55,7% odierno (vedi anche mini riquadro). I giovani diplomati non credono più nell’università italiani e vi si iscrivono sempre meno. Per la prima volta dall’unità d’Italia (quasi 160 anni!) il numero d’iscritti è in calo. No, non è come negli anni 50 (cerchio viola) quando il calo drammatico della percentuale fu dovuto al crescente numero di diplomati, non al crollo degli iscritti universitari come oggi.

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Queste statistiche drammatiche hanno una loro spiegazione, ovviamente. Una università che non si raccorda col mondo del lavoro e dell’impresa e viceversa (il tasso di occupazione dei laureati italiani ad 1 anno dalla laurea è di poco più del 40% contro il 75% dei paesi OCSE). Una università esausta senza risorse, uccisa da anni di austerità (dal 2004 ad oggi, docenti da poco meno di 63 mila a meno di 52 mila (-17%); il personale tecnico amministrativo da 72 mila a 59 mila (-18%); i corsi di studio scendono da 5634 a 4628 (-18%), il fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) che diminuisce, in termini reali, del 22,5%). Una rivoluzione organizzativa che non si materializza mai all’interno dei nostri Atenei.

Questo Governo non è diverso dagli altri, nella sua politica indifferente all’emorragia di giovani in fuga, via dalle nostre università verso quelle del resto del mondo. Si può arrestare questa emorragia? Certo, ma ci vuole la volontà politica di farlo, ci vogliono le risorse per farcela, ci vuole la competenza per non sbagliare. Il nostro destino è sempre nelle nostre mani.

Grazie a Francesca Sica per le sue elaborazioni e analisi, a breve pubblicate sulla Rivista di Politica Economica.

3 comments

  1. di là dalla litania delle risorse che, per quanto poche (e non lo sono, secondo le statistiche internazionali), andrebbero spese meglio e che potrebbero essere incrementate da finanziamenti privati, se ci fosse un diverso, non supponente, rapporto con l’industria, una università come quella che ci ritroviamo, indecisa tra la didattica centrata sugli insegnamenti
    e la ricerca di alto livello (salvo rare eccezioni), non è utile ai giovani che ne escono, quando ne escono, con un titolo senza nessun valore e, soprattutto, senza aver appreso ad apprendere.
    una università del genere, oltre tutto, rischia di essere seriamente dannosa perché i giovani sono indotti a credere di potersi impiegare in maniera corrispondente – come funzioni e come remunerazioni – al titolo faticosamente conseguito; aspettative che vedono ben presto frustrate con grave delusione e crescente disagio, senza essere capaci di studiare ancora o di nuovo, di avere pazienza e di essere modesti.
    potrebbe valere l’infelice formula: se la conosci la eviti!

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    • Sì, concordo su tutto ma non su due cose: a) i soldi sono veramente pochi b) ci sono tanti bravi docenti. Ma manca il disegno, il progetto, la volontà rispetto ad un mondo che cambia e che chiede enormi cambiamenti alla nostra università.

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  2. Drammatico. E nel frattempo gli universitari che fanno? Si rinchiudono nel loro fortino autoreferenziale e guardano agli indici bibliometrici dell’ANVUR. L’università è diventata un ambiente infrequentabile, completamente avulsa dalla realtà, che se ne frega degli studenti e delle loro richieste di professionalità. Tutto questo è colpa degli Universitari, non della mancanza di risorse. Ogni governo ha diminuito le risorse giustamente verso un mondo che non ha funzioni utili alla società e che genera precari di lungo corso utili solo a fare pubblicazioni per il docente che li recluta. Questa è la realtà. Se a questa realtà si somma la crisi economica e l’aumento delle tasse e la diminuzione delle borse di studio il gioco è fatto. Resta il fatto che la causa principale della crisi va ascritta agli universitari, la peggio categoria dell’Italia, la maggioranza dei quali andrebbe licenziata in tronco a partire dai vertici rettorali e dell’ANVUR.

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