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110 e lode e 105: uguale il numero, diverso lo studente

Bel duetto sul Corriere tra pro (Giavazzi) e contro (Fabiani) dell’abolizione del valore legale del titolo di laurea.

Si ritrovano però d’accordo, i miei due colleghi, sull’abolire la valenza del voto di laurea per i concorsi pubblici. Non nel senso di abolirlo ma di farlo diventare condizione necessaria per l’accesso ai concorsi pubblici ma nella più. Non mi pare una cattiva idea. Prendere un buon voto di laurea all’università (specie alla triennale!) non è facile ed è indice di potenziale bravura. Richiederlo per la partecipazione ai concorsi pubblici stimola i ragazzi a studiare meglio. Ma non farlo divenire condizione sufficiente o quasi (se hai preso 110 e lode alla Università X ti do più punti che se hai preso 105 all’Università Y) per vincere i concorsi mi pare altrettanto giusto: Y può essere università molto più difficile dove studiare che X.

E come dunque valutare quanto pesare un voto di laurea una volta superato il voto minimo per accedere al concorso (per esempio 100)? Probabilmente una buona idea è non provarci proprio. Evitiamo la folle burocrazia e lo scontro politico tra università di dire: quella università è meglio di quell’altra e dunque il suo 105 vale come il suo 110 ecc. “Chiediamo all’ANVUR (arbitro della valutazione della ricerca nelle università) di fare la classifica delle università” ecc. è proprio un’idea stupida, hanno ben altre cose importanti da fare. Anche perché dentro la singola università vi sono Facoltà migliori e peggiori e dentro ogni Facoltà corsi di laurea … e dentro corsi di laurea professori ecc….

La soluzione? Agli ammessi si facciano gli scritti, gli orali, si guardi alle esperienze aggiuntive di lavoro e di studio ecc.

Ottima anche l’idea di non restringere per il Ministero dell’Economia (ad esempio) i concorsi a laureati in Economia (ad esempio): ci sono tante competenze non di Economia che servirebbero ottimamente i desiderata del Ministero (Laureati in filosofia o in storia? Ulla, se ce n’è bisogno al Ministero di Via XX Settembre ed al suo approccio all’Europa…), e ci sono tanti laureati non in Economia che potrebbero avere anche loro conoscenze essenziali in economia (e che non sempre hanno tutti i laureati in Economia hanno): non si vede perché non dovremmo verificarne la conoscenza escludendoli a priori. Sarebbe bene ammettere tutti ai concorsi (sopra la soglia del voto minimo) e giudicare, appunto, da CV e prove scritte e orali tarate sui bisogni degli studenti.

Insomma non premiare il numero ma il carattere, l’inventiva, la conoscenza, la maturità di chi si nasconde dietro quel numero. Riformando anche le commissioni ed i commissari che agli aspetti umani così poco rilievo tendono a dare in sede di colloquio (inserire nelle commissioni esperti di risorse umane, ma va?).

Ma i miei bravissimi colleghi purtroppo prendono spunto da una (buona) piccola riforma per allargare il campo ad altre (sbagliatissime) grandi riforme. Non citando nemmeno i loro potenziali conflitti d’interesse in materia. Ci torniamo.

5 comments

  1. Benedetto_Croce

    29/01/2012 @ 10:04

    A Giavazzi tuttavia solleciterei anche, come opportuno contrappeso alla sua proposta di sblocco del mercato del lavoro tramite l’abolizione dell’articolo 18 ed alla giusta e condivisibile abolizione del valore legate del titolo di laurea, anche una riforma radicale dell’Università italiane.
    Riforma che avvicini le Facoltà nazionali a quelle statunitensi, dove i professori sono “a contratto” e non nominati “a vita” come in Italia.
    Quindi mobilità lavorativa per tutti, come opportunamente sottolinea Monti, e non solo per i lavoratori dipendenti del settore privato. Che sia “mobile” anche il settore pubblico, ed a tutti i livelli. Cosa ne pensa Professore?

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  2. Pienamente d’accordo che il mertio degli studenti non debba passare per le lotte e gli assetti politici tra le università, cosa a cui inevitabilmente si arriverebbe se dovessimo fare classifiche tra Univ di serie A e B..poi chi giudica le univ pubbliche: i bocconiani? No grazie.
    Poi è vero che c’è tanto da fare: incentivi a studenti e università. Ma l’università è solo l’ultimo passo dell’istruzione. Dobbiamo essere in grado di formare gli studenti anche alle elementari, medie e superiori. Fin dall’inizio devono acquisire il paicere di apprendere, di studiare, e devono anche imparare a pretendere che i loro insegnanti siano in grado di farlo ,c he si sforzino il più possibile. Poi pensiamo all’università.

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  3. Assolutamente non d’accordo con un punto del suo intervento, quello in cui lei sostiene che bisognerebbe non limitare i concorsi pubblici per aree settoriali (riprendo il suo esempio del Ministero dell’Economia) a laureati che hanno un background congruo. Mi sembra paradossale la sua tesi. Ma provando a ragionare per assurdo e ad estendere la sua argomentazione anche ad altre aree, mi chiedo come andrebbero le cose se applicassimo lo stesso ragionamento ad esempio alla sanità. Estremizzando quello che, se non ho frainteso, pare essere il suo filo conduttore, perché limitare l’accesso alle posizioni per medici ai soli laureati in medicina? Potrei candidarmi pure io, dall’alto della mia gloriosa laurea triennale in economia. Magari conosco meglio lo stafilococco di un dottore in medicina.
    Sono convinta che però, se anche riuscissi nell’ardua impresa di convincere delle mie capacità di medico una commissione valutatrice mediamente sana di mente e non corrotta, nessuno (lei compreso) sarebbe contento di portare in cura da me i propri figli.

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    • Cosa è congruo? Al MEF servono anche filosofi e storici svegli e non economisti o giuristi tonti. Sui medici concordo con lei, ma lì mi pare che il vero problema sia cacciare gli incompetenti e non tanto assumere i competenti quanto bloccarne la fuga all’estero.

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