Oggi sull’Avvenire.
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Dovremo prima o poi chiudere tutte le università. Meglio allora iniziare a ragionare su come farlo.
I motivi appaiono ormai evidenti. E’ di pochi giorni fa un’analisi dettagliata riportata dal Financial Times che mostra il significativo ed evidente calo del premio salariale spettante ai laureati rispetto ai non laureati, circa 10% negli ultimi 4 anni. Questo in un periodo di stasi del numero di laureati che dovrebbe, al contrario, essere coerente con una pressione verso l’alto delle loro remunerazioni individuali. A meno che il lavoro qualificato e intelligente non sia da considerarsi invece oggidì più abbondante, per l’esistenza di un crescente esercito di lavoratori artificiali, che competono con quelli umani.
Perché infatti assumere un laureato, in un mondo sempre più dominato da macchine che riescono a svolgere più efficientemente (leggi in meno tempo) lo stesso compito, senza per di più l’incertezza legata a chi si assume, tipica di un processo di selezione “umana”? E, una volta che questo trend venga considerato dominante e naturale, che senso avrebbe per un giovane appena uscito da scuola con un diploma di maturità, sprecare tre, quattro o più anni nelle aule universitarie?
La domanda rileva ancor di più se consideriamo come sta cambiando l’attività universitaria con l’IA. Si pensi alle lezioni e alle “slides” preparate con un clic dai docenti, mai remunerati per la qualità di un loro insegnamento originale, che ricorrono sempre più ai sistemi di genAI, accessibili tuttavia senza fatica anche dagli studenti. E ancora, dal lato della ricerca, abbiamo la chiara evidenza che un numero crescente di lavori scientifici, teorici ed empirici, sia affidato a sempre più impenetrabili ma instancabili algoritmi, in una battaglia impari di forza produttrice di analisi e ricerca.
E’ palese, dunque, lo spreco di tempo che l’Università come istituzione umana comporta e il maggiore benessere globale che deriverebbe dall’abbandonarla. Gli studenti lo stanno già facendo, malgrado vi siano ancora iscritti: lo si vede dal crescente calo di presenze in aula e dal massiccio utilizzo da parte loro di strumenti di auto-apprendimento basati sull’intelligenza artificiale.
Dobbiamo ovviamente chiederci, in questo nuovo mondo senza Atenei, che funzione spetterebbe ai tanti giovani che – plausibilmente – passerebbero a una transizione scuola-lavoro non intermediata dall’educazione terziaria. E’ quantomeno probabile che accompagnerebbero le macchine nel quotidiano processo di produzione, assicurandone la manutenzione ed esercitando un affinamento del prodotto, sulla base tuttavia delle proprie conoscenze meramente scolastiche, in quello che risulterebbe essere in ultima analisi un mondo “governato” dalle macchine. E’ importante capire perché.
Soffermiamoci sulla parola “Governo”, che deriva dal latino gŭbĕrnare, che a sua volta proviene dal greco antico κυβερνάω (kybernáō), con il significato originario di “reggere il timone” o “dirigere una nave”. A questa immagine, si affianca quella del regere latino, che evoca una idea non soltanto di governo come guida dall’alto, ma anche di governo come sostegno dal basso, nella quale il ruolo dell’essere umano si coglie appieno nel suo ruolo di custode del pianeta, orientando l’artificialità tecnologica superintelligente ad obiettivi di superiore umanità e naturalezza.
Come pensare, infatti, che un giovane diplomato possa acquisire doti di comando tali da saper indicare la rotta alle macchine? E come non pensare che, al contrario, siano le macchine a governarli, verso direzioni probabilmente fuori dal nostro controllo? E chi potrebbe garantire che il tempo libero regalato dalla crescente presenza delle macchine, venga investito da questi giovani diplomati per meglio comprendere verso dove andare piuttosto che rispondere a consumi sempre più indotti? Sembra perciò inevitabile che questo mondo senza Università – o con università dominate dal pensiero artificiale – sarà un mondo di schiavitù artificiale, funzionale a tutto tranne che al raggiungimento di una migliore “umanità” del nostro pianeta, ben al di là della maggiore efficienza.
A meno che.
A meno che nel mondo – non dell’IA ma con l’IA – non siamo invece capaci di rifondare un’altra Università, che affascini i nostri giovani e li formi nel “governo” cioè nella ‘custodia’ del pianeta, all’insegna della conoscenza reciproca e della scoperta. Certamente non una “nuova” Università: semmai una simile a quella più antica, che ricordi e riscopra lo spirito dei primi Atenei dall’XI secolo (Bologna il primo nel 1088), dove studenti e studiosi di diverse nazioni vivevano in comunità per ricercare e dibattere in maniera interdisciplinare dei fenomeni naturali e sociali e del loro governo ispirato a principi etici. In questa Università del futuro, aperta però a tutti e non riservata a una élite, dove la frequenza è obbligatoria al fine di poter vivere in comune, gli studenti verrebbero introdotti all’interdisciplinarietà, ad esempio con lezioni di filosofia obbligatorie nelle facoltà scientifiche e lezioni di matematica obbligatorie in quelle umanistiche, e dove ricerca e didattica dovrebbero essere ispirate dalla creatività umana, evitando scorciatoie dettate dalle macchine. Una Università che sia innanzitutto comunità e non una fredda officina di lezioni e di esami a distanza o di ricerca controllata e manipolata da grandi industrie.
Che mondo sceglieremmo con questa riforma? Un mondo governato dall’intelligenza umana e ispirato a principi di umanità, che condanni le macchine a una schiavitù funzionale ad un’etica dei diritti e del progresso sociale e ambientale e che possa, un giorno, addirittura, proteggere le stesse macchine da violenti cacciatori di androidi.
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