Draghi non comprende Monnet. Ma Monnet comprende Draghi?

L’Europe se fera dans les crises et elle sera la somme des solutions apportées à ces crises.

L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi.

Jean Monnet, Memoires (1976).

Not only the European project is losing  support as a result of the crisis, but it is losing even more support among the youngest generations. Was Monnet’s wrong or is it just a temporary blip in an otherwise successful strategy?

Non solo il progetto europeo sta perdendo consenso a causa della crisi, ma ne sta perdendo ancora di più tra le generazioni più giovani. Monnet si è sbagliato o è solo una eccezione temporanea in una strategia altrimenti di successo?

in Monnet’s Error? (2014) di Luigi Guiso, Paola Sapienza e Luigi Zingales

If you think, [Monnet’s] it is a kind of strange sentence, and I am not sure I fully understand it even, but then, when I doubt it, then I look at ourselves: after all we have gone through, and we are still together!  Then it must be true!

Se ci pensate, è una frase un po’ strana questa di Monnet, e non sono nemmeno sicuro di capirla appieno, ma poi, quando ne dubito, allora guardo a noi stessi: dopo tutto quello che abbiamo passato, e siamo ancora insieme!  Deve essere vero!

Mario Draghi, l’altro ieri.

*

         E’ una frase effettivamente complessa quella di Monnet se una persona come Mario Draghi confessa pubblicamente di non comprenderla appieno. Si presta a interpretazioni, non vi è dubbio, mi dico, leggendone quella di tre colleghi economisti, del 2014, che la valutano come “profezia” ottimistica sul futuro dell’Europa. Mi pare che anche Draghi adotti questa stessa interpretazione quando sottolinea come in fondo malgrado le crisi trascorse l’Europa sia ancora in piedi.

        Io quella frase del padre fondatore dell’Unione europea la capisco benissimo e non mi genera … dubbio alcuno quando la interpreto in maniera diversissima. L’Europa si farà nelle crisi proprio nel senso letterale che sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi. E, dunque, se tali soluzioni saranno insufficienti, miopi, avide, grette, fragili, mediocri, timorose, l’Europa non sarà. Ecco cosa è la citazione di Monnet: non una profezia ottimistica, ma un severo monito a coloro che avranno la responsabilità di gestire le crisi. Come Mario Draghi.

         Ma come intende gestire questa crisi, la più grande di tutte le crisi, Mario Draghi? Ecco, dopo averlo ascoltato con attenzione nel suo discorso di Barcellona, e averne misurato con un qualche orgoglio italico il rispetto che genera in questo ed in ogni altro consesso di decisori europei e mondiali, mi dico che la mia domanda necessita veramente di una risposta accurata. Perché era a lui che Monnet parlava, al vero leader europeo a cui sarebbe spettato di gestire la più grande crisi dal dopoguerra del nostro continente.

         Ebbene, come Draghi non crede di comprendere pienamente la frase di Monnet, io credo di non capire quale sia la proposta di Draghi. Perché? Perché le sue parole differiscono drammaticamente dalle sue azioni.

         Dalle sue parole capiamo infatti che è conscio, forse più di qualsiasi altro attuale decisore politico europeo, di alcuni “fatti stilizzati” di questa drammatica crisi. Parla correttamente di “isteresi”, ovvero della capacità di questa crisi, se non debellata, di lasciare cicatrici permanenti, come una drammatica povertà tra i più fragili con implicazioni anche politiche di cui parleremo alla fine. Afferma, correttamente, come le motivazioni per continuare in politiche monetarie e fiscali espansive rimangono ancora convincenti (“compelling”); che dobbiamo ora, dopo aver protetto le imprese, assicurarci che la domanda da parte di famiglie ed imprese raggiunga un livello simile, superando le traiettorie di crescita pre-pandemia e che tale obiettivo non potrà essere raggiunto, appunto, senza addizionale stimolo economico e che solo allora potremo parlare di essere usciti dalla crisi; che mantenere condizioni che facilitino la crescita della domanda sono essenziali (“essential”), anche per ridurre debiti pubblici e privati.

         Ascoltare per credere, lo sto citando verbatim.

         Che qualcosa qui da noi non stia ancora funzionando lo ammette quando parla di riavvio dell’inflazione negli Stati Uniti ma non in Europa, dove l’inflazione “core” rimane stabile, cioè bassa. A dimostrazione che quelle politiche della domanda che invoca sono già un fatto dell’Amministrazione Biden ma solo e ancora teoria qui da noi in Europa.

         Parla specificamente di politiche monetarie espansive che mantengano i tassi bassi (e quindi implicitamente accettando una potenziale futura svalutazione dell’euro ad ulteriore supporto del nostro export se i tassi americani dovessero finire per crescere). E parla di politiche fiscali espansive che si concentrino là dove il moltiplicatore dell’attività economica è tradizionalmente più alto, ovvero negli investimenti pubblici.

         Suggerisce tuttavia una cautela quando, riaffermando la necessità (“essential”) di una politica fiscale espansiva, indica come necessità quella di rassicurare gli investitori che si tornerà alla prudenza fiscale quando tale crescita finalmente si auto-sostenga. In quest’ultimo passo diverge da chi, come il Premio Nobel per l’economia Sims afferma che in una crisi di queste dimensioni, per avere successo, tale il livello di pessimismo prevalente, “si richiede una politica fiscale che sia espansiva ora, senza impegnarsi né a tagliare nel futuro la spesa né ad aumentare le tasse future”.

         Ma il mio problema principale con Draghi non è veramente su quest’ultimo aspetto di ristabilire la prudenza fiscale quando avremo raggiunto l’obiettivo di essere tornati su quella traiettoria di crescita, che tanto siamo ancora ben lontani dal raggiungere.

         Il mio problema è ben altro.

         Se questo è ciò in cui Draghi crede, perché ha firmato con il suo Documento di Economia e Finanza di aprile una strategia esattamente contraria a quanto affermato l’altro ieri a Barcellona? Perché lì, nel documento più impegnativo e credibile della nostra politica economica, ha clamorosamente affermato di voler portare il deficit nel 2022 di ben 6 punti percentuali di PIL (120 miliardi) più giù, con aumenti di entrate e riduzioni di spesa e di altri 2,5% di PIL nei successivi due anni? Con ciò facendo, più che cancellando le somme da utilizzare per il Recovery? Perché poi nell’accettare le somme del Recovery si è impegnato a rispettare il rientro del deficit al 3% del PIL ovvero a quanto richiesto da quella macchina del dolore chiamata Fiscal Compact, ignota agli Stati Uniti, non inserita nei Trattati europei e votata contro dal Parlamento europeo?

         Qualcuno potrà dire che è così che va la politica, che probabilmente Draghi sta tessendo dietro le quinte negoziali le sue visioni dichiarate a Barcellona. Se anche fosse, sarebbe un errore, per svariati ordini di motivi. Primo, perché un leader, diceva il Presidente Roosevelt, preferisce rinnegare “un precedente piuttosto che una promessa”, e se la promessa è quella del rigore fiscale, quella sarà l’unica a cui si legherà le mani. Nelle parole nuovamente del Nobel Sims sull’Europa: «Si richiede una politica fiscale che sia espansiva ora, senza impegnarsi né a tagliare nel futuro la spesa né ad aumentare le tasse future … Sfortunatamente le persone sono decisamente convinte che questa non è la politica fiscale attualmente seguita. Ci vorrebbe, per portare la gente a credere che ciò veramente avverrà, un cambiamento enorme nel modo di pensare dei responsabili politici e nei discorsi pubblici che fanno. Si richiede al sistema politico che prenda impegni per periodi lunghi e che vi aderisca senza cambiare idea, cosa veramente difficile per i politici.» Con le sue azioni, piuttosto che con le sue parole, Draghi conferma questa visione della leadership europea oggi, finendo per congelare le aspettative nel pessimismo e impedendo quella ripresa che è già partita negli Usa. In effetti, come è altrimenti possibile comprendere il perché negli Stati Uniti (che non mettono termini temporali alla loro ben superiore espansione fiscale) nel 2022 l’attività economica sarà del 6,5% maggiore di quella di prima della pandemia, nell’area euro del 2% e in Italia dello 0,2%?

         E pensare, e questa è la seconda ragione, che solo un leader che gode della reputazione di Draghi potrebbe prendere impegni di lungo periodo per una politica fiscale espansiva rinnegando pubblicamente il Fiscal Compact, senza che questo impegno generi panico nei mercati ma piuttosto coordinamento verso quella crescita che manca all’appello da ormai 10 anni nel nostro Continente e soprattutto nel nostro paese.

         Terzo, non c’è tempo. Non possiamo più aspettare gli esiti di interminabili negoziati dietro le quinte. Abbiamo bisogno di un Biden europeo: c’è qualcuno là fuori, in Europa, capace di fare altrettanto? Draghi può mettere in pratica con i fatti e non a parole quanto ha fatto l’Amministrazione americana in quest’anno?

         Il paragone con Biden ci ricorda infine il perché stiamo discutendo di tutto ciò. Come FDR, Roosevelt – che temette golpi fascisti o militari nell’America dei primi anni Trenta in cui l’ortodossia economica dominava senza venir a supporto dei più fragili e deboli – Biden sapeva bene che far dimenticare Trump e la sua minaccia alla democrazia richiede non di parlare ma di effettuare politiche fiscali come quelle che fece FDR 80 anni prima.

«Abbiamo dato per scontata la democrazia e ignorato il rischio del populismo» ha affermato a Barcellona Draghi. Io credo piuttosto che si siano date le persone per scontate ed ignorato il rischio di ignorarle. Comunque sia, mi piace pensare che Monnet stia in questo momento guardando Draghi e gli stia chiedendo che soluzione intende apportare alla crisi europea, non a parole, e se intende veramente salvarla dal tremendo rischio di sparizione. Tutto qui.

Scultura: Il Gufo di Angela Maria Piga

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