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L’Europa dell’euro di Habermas? Sì grazie ma non troppa.

Il mio commento all’intervista rilasciata dal filosofo tedesco Habermas.

http://bit.ly/1OiztFt

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È difficile fare più danni di così. Eppure il governo tedesco ha fatto questo quando il ministro delle Finanze Schäuble ha minacciato l’uscita della Grecia dall’euro, rivelandosi quindi spudoratamente come il supremo rigorista europeo. In quell’occasione, il governo tedesco ha per la prima volta affermato manifestamente la sua egemonia in Europa -  è comunque così che è stato percepito nel resto d’Europa, e questa percezione definisce la realtà che conta. Temo che il governo tedesco, compresa la sua fazione socialdemocratica, si sia giocato in una notte tutto il capitale politico che una Germania migliore aveva accumulato in mezzo secolo -  e per “migliore” intendo una Germania caratterizzata da una maggiore sensibilità politica e mentalità post- nazionalista“.

Concordo con questa frase del filosofo tedesco. Il passaggio sottolineato: perché Habermas ha sentito la necessità di aggiungerlo? E’ fondamentale quel passaggio.

E’ possibile infatti che Merkel e Schäuble abbiano intenzioni e siano in procinto di attuare strategie verso la Grecia solidari. E’ molto possibile che abbiano ragionato tenendo conto della necessità di fare la faccia cattiva per ottenere l’ok del Bundestag, del Parlamento tedesco, e convincere un’opinione pubblica nazionale oggi avversa ad un accordo e favorevole piuttosto ad un Grexit. Per poi passare invece a deliberare il riscadenziamento del debito greco, su cui le 7 pagine del documento dell’eurogruppo erano rimaste non a caso particolarmente vaghe.

http://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2015/07/12-euro-summit-statement-greece/

Ma, come dice Habermas, quello che conta è la percezione, colei “che definisce la realtà”. La percezione che rimane è quella di una Germania onnipotente e onnivora, e nessun accordo “sotterraneo”, per quanto solidale, per esempio sul debito, rimuoverà facilmente questa visione.

E’ questa visione che conta, che ispira i movimenti nazionalisti e populisti a soffiare sul fuoco dell’anti-europeismo e a raccogliere consenso. Essa prefigura la fine, domani, tramite l’unico canale rilevante, quello delle elezioni nazionali, di un’Europa Unita che pare sempre più un miraggio prima ancora che un sogno.

Ed è vero che le responsabilità dei leader tedeschi a riguardo di questa “percezione” sono enormi. Ricordiamo ben altri leader, come Kohl, che con opposizioni nei sondaggi e istituzionali (vedi Bundesbank) ancora più feroci e diffuse di quelle odierne seppero imporre la loro volontà esplicitamente e convincere un elettorato confuso e sospettoso (quello della Germania dell’Ovest) dei vantaggi della solidarietà verso la parte più bisognosa (quella dell’Est).

E a poco serve dire che la Grecia non è la Germania dell’Est: se la Germania vuole l’Unione monetaria non può adoperarsi per metterla a rischio. Altrimenti si decida ed esca essa stessa dall’Unione dell’euro: cosa che evidentemente non vuole fare. Ma nessuno può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se la Germania vuole l’Unione deve, come per ogni unione, simbolicamente accettarla, abbracciarla.

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Io non capisco come un ritorno agli Stati-nazione da gestire come grandi società di capitali in un mercato globale possa contrastare la tendenza alla de-democratizzazione e alla crescente diseguaglianza sociale, a cui, appunto, assistiamo anche in Gran Bretagna.”

E’ un punto importante, questo di Habermas, una risposta ovvia a chi oggi dice, con ancora più forza di prima dopo la drammatica escalation greco-tedesca, che “euro=austerità” e che il trilemma “euro-democrazia-austerità” da noi forgiato su questo blog (con il quale intendiamo che delle tre cose solo due sono capaci di sopravvivere insieme) è sbagliato. Che bisogna dunque uscire dall’euro per far smettere l’austerità.

http://www.gustavopiga.it/2012/il-vero-trilemma-europeo/

Chi dice questo si illude di trovare al di fuori dell’euro un mondo miracolosamente “democratizzato”, privo di “disuguaglianze sociali”. E come avverrebbe questa magica trasformazione del ranocchio in principe? Non è dato sapere: è ovvio che se non la si sconfigge prima, l’ideologia che impone austerità e liberismo standardizzato, essa permarrebbe pure fuori dall’euro. E che, altra faccia della stessa medaglia, se vi è la forza politica di uscire dall’euro vi è ancor prima quella di liberarsi dall’austerità.

La battaglia è una sola: via dall’austerità tramite l’azione politica, altro che via dall’euro. Vincendo la prima, ti tieni la forza globale unificante di una moneta comune e ridai sviluppo equo ovunque.

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Tali tendenze possono essere contrastate, semmai, solo con un cambio di orientamento politico, portato avanti dalle maggioranze democratiche in un “nucleo europeo” più fortemente integrato. L’unione monetaria deve acquisire la capacità di operare a livello sovranazionale. Alla luce del caotico processo politico innescato dalla crisi greca non possiamo più permetterci di ignorare i limiti del metodo attuale di compromesso intergovernativo“.

Da tempo Habermas fa questo salto illogico, pericoloso, sospetto: che facendo fare un passo ancora più in alto all’Europa si risolvano i problemi in basso. Non è così: la foresta è fatta di alberi, se mancano questi la foresta sparisce. L’Europa politica nascerà solo dalla disponibilità unanime dei singoli Stati a cedere sovranità fiscale. E questo avverrà solo quando ci si sentirà “protetti” maggiormente dall’Europa che non al proprio interno, ovvero quando vi sarà la certezza in ogni Stato che la solidarietà che si è sempre avuta nazionalmente sarà ancora presente a livello europeo. A sua volta questo potrà avvenire solo quando l’Europa si sarà mostrata generosa, in maniera esplicita e convinta. Fino a quando ciò non avverrà, la proposta di Habermas equivale a cedere controllo politico globale a un’entità oggi già dominante, onnipotente e omnivora: la Germania o perlomeno quella che essa è divenuta nell’immaginario collettivo, un orco che mangia la democrazia.

2 comments

  1. Caro Gustavo,
    fosse solo l’austerità il problema… Ma la rete in cui siamo impigliati comincia con una banca centrale che non fa il prestatore di ultima istanza, e che se lo fa lo decide cmq su basi politiche; continua con un processo di aggiustamento degli squilibri commerciali intraeuropei totalmente asimmetrico a danno dei paesi in deficit; continua con una rigidità culturale che non fa dell’Eurozona un’O.C.A.; e finisce con un paese egemone che si richiama alle ‘regole’ ma non le rispetta, e che ricatta brutalmente i debitori: ‘o accetti le mie richieste o noi distruggiamo la tua economia’ (complice la BCE politicizzata).
    E dietro, dentro ai paesi, c’è uno scontro di classe sul contratto sociale europeo che è sotto attacco ed è andato o sta andando ovunque in frantumi: uno scontro non giocato con il gioco democratico bensì con i ricatti e le guerre finanziarie.
    Perciò l’austerità non è una mera questione di tecnica macroeconomica, ma la punta di un enorme iceberg. Il cumulo di falsità che ci viene propinato attraverso i media (v. un piccolo esempio: il DSA del FMI sulla Grecia che hanno tentato di sopprimere e i cui contenuti hanno mascherato dietro a un wording fuorviante) dimostra la durezza dello scontro in atto, e la mancanza di scrupoli democratici da parte dei cd partiti di centro più legati all’ortodossia e alla tradizione liberale e… democratica.
    A questo punto, lo so che l’Euro potrebbe funzionare se fossero applicate altre regole e altre politiche, tuttavia non succederà. Perciò ti invito ad aprirti a posizioni nuove, che non tradiscono affatto i tuoi e nostri valori. Riflettiamo su posizioni come quella dell’amico Kevin che ti riporto qui sotto. L’Europa continuerà ad integrarsi anche senza l’Euro, anzi di più e meglio! Ma noi oggi non possiamo non riconoscere che l’Euro concreto è una costruzione disfunzionale autoritaria e socialmente regressiva, oltre che finanziariamente pericolosa. E che non evolverà nei prossimi anni in modo sostanziale. Con amicizia. PGG

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    European Monetary Union was never a good idea. I remember my surprise when, as a young assistant professor, I realized that I was opposed to the Maastricht Treaty. I believed then – and still do – that European integration is a very good thing. But the textbook economics I was teaching showed how damaging EMU could be in the absence of European fiscal and political union.

    Nothing that has happened since has convinced me that the textbook was excessively pessimistic. On the contrary: it was far too optimistic. Life is strewn with banana skins, and when you step on one you need to be able to adjust. But the monetary union itself turned out to be a gigantic banana skin, inducing capital flows that pushed up costs around the European periphery. And adjustment – that is, currency devaluation – was not an option.

    Furthermore, most textbooks of the time ignored the financial sector; thus, they ignored the fact that capital flows to the periphery would be channeled via banks, and that when the capital stopped flowing, bank crises would strain peripheral members’ public finances. This, in turn, would further erode banks’ balance sheets and constrain credit creation – the sovereign-bank doom loop that we have heard so much about in recent years. And no textbooks predicted that European cooperation would impose pro-cyclical austerity on crisis-struck countries, creating depressions that in some cases have rivaled those of the 1930s.

    It has been obvious for some years that the “actually existing EMU” has been a costly failure, both economically and politically. Trust in European institutions has collapsed, and political parties skeptical not just of the euro, but of the entire European project, are on the rise. And yet most economists, even those who were never keen on EMU in the first place, have been reluctant to make the argument that the time has come to abandon a failed experiment.

    A famous article by Barry Eichengreen pointed out that an anticipated EMU breakup would lead to the “mother of all financial crises.” It is hard to disagree with him. That is why economists of all stripes, whether or not they supported the introduction of the common currency, have spent the last five years developing and promoting a package of institutional reforms and policy changes that would make the eurozone less dysfunctional.

    In the short run, the eurozone needs much looser monetary and fiscal policy. It also needs a higher inflation target (to reduce the need for nominal wage and price reductions); debt relief, where appropriate; a proper banking union with an adequate, centralized fiscal backstop; and a “safe” eurozone asset that national banks could hold, thereby breaking the sovereign-bank doom loop.

    Unfortunately, economists have not argued strongly for a proper fiscal union. Even those who consider it economically necessary censor themselves, because they believe it to be politically impossible. The problem is that silence has narrowed the frontier of political possibility even further, so that more modest proposals have fallen by the wayside as well.

    Five years on, the eurozone still lacks a proper banking union, or even, as Greece demonstrated, a proper lender of last resort. Moreover, a higher inflation target remains unthinkable, and the German government argues that defaults on sovereign debt are illegal within the eurozone. Pro-cyclical fiscal adjustment is still the order of the day.

    The European Central Bank’s belated embrace of quantitative easing was a welcome step forward, but policymakers’ enormously destructive decision to shut down a member state’s banking system – for what appears to be political reasons – is a far larger step backward. And no one is talking about real fiscal and political union, even though no one can imagine European Monetary Union surviving under the status quo.

    Meanwhile, the political damage is ongoing: not all protest parties are as pro-European as Greece’s ruling Syriza. And domestic politics is being distorted by the inability of centrist politicians to address voters’ concerns about the eurozone’s economic policies and its democratic deficit. To do so, it is feared, would give implicit support to the skeptics, which is taboo.

    Thus, in France, Socialist President François Hollande channels Jean-Baptiste Say, arguing that supply creates its own demand, while the far-right National Front’s Marine Le Pen gets to quote Paul Krugman and Joseph Stiglitz approvingly. No wonder that working-class voters are turning to her party.

    A victory for the National Front in 2017 or 2022, which is no longer unthinkable, would destroy the European project. Citizens of smaller eurozone member states will have noted the brutal way the ECB was politicized to achieve Germany’s goals in Greece, and the conclusion that the eurozone is a dangerous “union” for small countries will seem inescapable. If centrist parties remain on the sidelines, rather than protesting what has happened, the political extremists will gain further valuable territory.

    As for economists like me, who have balked at advocating an end to the failed euro experiment and favored reform, perhaps it is time to admit defeat and move on. If only anti-Europeans oppose EMU, the EU baby could end up being thrown out with the euro bathwater.

    An end to the euro would indeed provoke an immense crisis. But ask yourself this: Do you really think the euro will be around in its present form a century from now? If not it will end, and the timing of that end will never be “right.” Better, then, to get on with it before more damage is done.

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