Immobili? No, immobilizzati (economicamente)

Oggi sul Sole 24 Ore

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No, non è un Paese immobile, il nostro. Riflettendo a freddo sull’esito del referendum, significativo non è tanto l’avere o non avere modificato la governance del nostro sistema giudiziario, quanto l’essersi mobilitati per esprimere, depositando la scheda nell’urna, un desiderio di Paese. Da ambedue gli opposti fronti. Che siano stati i giovani gli artefici più significativi di questo ritorno della politica partecipativa non è altro che la prova più limpida e esaltante di tutto ciò.
Un paese non immobile dunque, eppure economicamente immobilizzato, come emerge inequivocabilmente dai dati OCSE, che indicano una crescita dello 0,4% nel 2026, l’anno in cui il PNRR dovrebbe dare la sua spinta maggiore, certificando non solo come grazie ad esso si sia evitata la recessione, ma anche come si sia tornati ormai stabilmente alle consuete e ben magre performance sotto la media UE.
Nel biennio 2025-26, ci dice infatti l’OCSE, l’Italia sarà cresciuta metà dell’area dell’euro, che a sua volta sarà cresciuta metà di Spagna o Stati Uniti, le due sole eccezioni dinamiche del mondo occidentale. Insomma, noi i più mediocri tra i mediocri. In questo contesto è interessante notare come, estendendo il dato dal 2020 (anno del Covid) al 2026, la performance sopra la media europea dell’Italia (7% circa rispetto al 6%) sia interamente dovuta al 2022, quando il deficit via maggiore spesa pubblica (anche se non tutta buona) abbatté il rapporto debito-PIL via crescita economica. La politica “austera”, perseguendo crescenti avanzi primari, ha invece segnato gli anni successivi generando performance economiche sempre più da “zero virgola”, coerenti con un debito-PIL crescente come quello che ormai certifichiamo annualmente. Siamo quindi stati “quelli del doppio zero” (spread e crescita ai minimi), come la Germania, mentre avremo potuto essere come la Spagna, con alta crescita economica e debito-PIL in declino, grazie a consumi pubblici fortemente in espansione (non limitandosi invece ad aumentare la sola spesa per la difesa, priva nell’attuale contesto di moltiplicatore in quanto diretta solo verso fornitori esteri).
La strada dell’austerità, saldamente mantenuta anche con la legge di bilancio per il 2026, viene oggi messa in dubbio dallo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze che, nonostante abbia spinto a votare in extremis in Europa la riforma “scellerata” del Patto stesso, ne chiede ora un’ennesima sospensione, ricevendo subito dalla Commissione risposta negativa, a chiara testimonianza di quanto anche le istituzioni di Bruxelles soffrano e causino immobilismo.
Comunque troppo poco e troppo tardi, ci verrebbe da dire. Tanto più che per avere un impatto virtuoso su crescita economica e conti pubblici, la politica fiscale espansiva ha bisogno di alcuni anni e sarebbe quindi stata una battaglia da fare, e possibilmente vincere, nel primo anno della legislatura, sulle ali dell’entusiasmo della vittoria politica dell’attuale coalizione di governo. Invece la nostra economia è stata immobilizzata nella rincorsa alla riduzione dello spread, senza tentativi di governare “per” la crescita.
Che fare oggi dunque? Certamente sospendere il Patto, evitando però di sperperare le risorse in mancette a questa o quella lobby elettorale: ci penserebbero quei giovani che vogliono un Paese migliore a riconoscere il trucco e, rivotando, a dire nuovamente “no”. C’è quindi enorme bisogno di garanzie serie che accompagnino una spesa efficace, per mitigare gli effetti della tempesta perfetta attualmente in corso nel mondo: e quindi non solo di quantità ma anche di qualità. Le garanzie stanno sempre dove le abbiamo da anni indicate: in una spending review volta a rassicurare i nostri partner europei sul fatto che, quando spendiamo, spendiamo bene. Senza tagli lineari alla spesa buona, con investimenti immediati in capitale umano, per migliorare la qualità delle nostre stazioni appaltanti, con un eventuale supporto, “stile PNRR”, della Commissione europea, per garantire la buona qualità degli acquisti pubblici e dei crediti alle imprese.
Poi si vedrà chi vincerà le elezioni: ma a questa coalizione spetta oggi, di salvare il Paese, non solo sé stessa.


Opera: “Matter of Time” – Copyright opere Angela Maria Piga, all rights reserved.

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