Pensare in grande con le piccole imprese

Oggi sul Sole 24 Ore

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Nei giorni scorsi il Ministro Urso ha riunito presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy la maggior parte delle sigle associative che rappresentano le micro, piccole e medie imprese (MPMI) italiane. Ragione dell’incontro: avviare il confronto necessario per presentare l’obbligatorio Disegno di Legge Annuale per le MPMI.
Tutto normale? In un certo senso sì, essendo un dovere in capo a quel Ministero, ma in un certo senso no. Per apprezzare infatti la portata quasi rivoluzionaria di questa iniziativa e non sottostimarne la rilevanza, basterà ricordare come questo obbligo derivi anch’esso da una legge, approvata in maniera bipartisan dal Parlamento italiano tra gli applausi convinti di tutte le ali di Senato e Camera, il c.d. Statuto delle Imprese, la n.180/2011 (che all’art.18 appunto prevede il disegno di legge annuale da presentare alle Camere ogni 30 giugno). A sua volta tale legge discendeva di fatto da un obbligo europeo, a seguito dell’approvazione, nel 2008, dello Small Business Act europeo da parte del Consiglio europeo che prevedeva di “pensare anzitutto in piccolo” (traduzione imperfetta di un più ambizioso “Think Small First”) quanto a politica industriale.
Dal 2011 a ieri si sono succeduti diversi Ministri (dell’allora “Sviluppo Economico”) e Presidenti del Consiglio a Palazzo Chigi: nessuno di loro aveva finora sentito il dovere di rispettare tale obbligo normativo. La stessa Europa che si è preoccupata spesso di sottolineare le tante mancanze riformatrici dei nostri esecutivi mai aveva sollecitato la sua attuazione, a conferma di un interesse spesso di facciata che l’Ue mostra verso le piccole imprese, che raramente bussano alla porta dei palazzi della politica bruxellese, impegnata con giganti di ben altre dimensioni. E’ anche curioso come nessun partito avesse finora sentito l’esigenza di cogliere l’occasione di emanare una tale legge annuale per concretizzare una risposta all’ultradecennale dibattito sul “nanismo” industriale italiano (spesso accompagnato dal clamoroso ed ignorante “piccolo è brutto” dei detrattori delle piccole imprese).
Che ciò sia finalmente avvenuto, che ci si possa aspettare di vedere nel 2024 presentata alle Camere per l’approvazione il disegno di legge annuale per le PMI, è un merito che va riconosciuto all’attuale titolare del dicastero: era una condizione necessaria per cominciare a pensare in grande per il paese pensando anzitutto in piccolo.
Per farla diventare tuttavia anche una condizione sufficiente a far ripartire le nostre piccole imprese e con esse il Paese, richiede che si avvii anche un’efficace azione organizzativa e attuativa. A chi ispirarsi? Un benchmark, una migliore pratica, a cui fare riferimento in realtà c’è, con più di 70 anni di vita, ed è quella statunitense che con il suo Small Business Act firmato nel 1953 dal Presidente Eisenhower diede vita a un cambio di passo assolutamente originale di politica industriale, a partire dai suoi principi ed obiettivi. Citando infatti dall’incipit di quella norma si legge che “è la politica dichiarata del Congresso che il Governo statunitense debba aiutare, consigliare, assistere e proteggere gli interessi della piccola impresa per preservare la libera impresa e il benessere del Paese assieme alla sua sicurezza”. Quattro verbi forti e uno slancio retorico che danno il senso di una volontà precisa, che non ha subito ridimensionamenti (malgrado spesso le grandi imprese abbiano cercato di allentarne la valenza), ma che anzi, mano a mano che si succedevano nuovi esecutivi democratici e repubblicani, ha visto la sua portata operativa arricchirsi.
A distanza di ben 50 anni, nel 2008, l’Ue ha cercato di imitare un tale progetto, ma senza lo stesso mordente. Rimangono agli atti alcune utili analisi della Commissione europea su quanto i singoli stati membri abbiano creato un contesto amichevole per le proprie MPMI su nove temi rilevanti: imprenditoria, seconda opportunità, amministrazione pubblica rispondente, appalti pubblici, accesso al credito, mercato unico, skills e innovazione, ambiente e infine internazionalizzazione. Su tutti questi filoni (utili certamente all’attuale Ministro come lista su cui focalizzare i propri tavoli di lavoro) l’Italia risultava, prima del Covid, con una performance decisamente inferiore a quella media europea (con gli appalti pubblici come vero e proprio tema dolente) e senza miglioramento nel tempo.
Ben altra incisività risulta aver avuto la politica statunitense. In primis, fu adottata una governance ben strutturata, sia grazie alla creazione di una apposita autorità indipendente dedicata al raggiungimento degli obiettivi per le piccole, la Small Business Administration, sia grazie ad un metodo e a una operatività che prevedono il coinvolgimento permanente delle piccole imprese. E poi con quattro verticalizzazioni sui temi ritenuti strategici: appalti pubblici (con l’ambasciatore della piccola impresa all’interno delle grandi stazioni appaltanti e il sistema delle gare – stile juniores – in parte riservate solo alle piccole imprese), regolazione (ancor prima della semplificazione, che guarda al passato, prevedendo che ogni futura legge o regolamentazione preveda un’analisi d’impatto sulle piccole imprese e un’eventuale regolazione differenziata), formazione e infine protezione (con addirittura un avvocato amicus curiae pubblico per difendere le PMI nel contenzioso con la PA).
Comunque sia il dado è tratto; speriamo che non si torni più indietro, perché piccolo è bello, come i nostri adolescenti, e dobbiamo solo aiutarli (aiutarle) a crescere.

Opera: “Rebus, legge Caproni”. Copyright opere Angela Maria Piga, all rights reserved.

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