Come misurare la performance del PIL sotto il Governo Draghi

Marco Fortis ieri sul Sole 24 Ore sostiene come la performance dell’economia italiana durante questo Governo in carica sia stata straordinaria.

Per farlo analizza la crescita del PIL italiano a partire dall’inizio del 2021 fino a metà 2022, paragonandola a quella degli altri partner internazionali.

Detto che il primo trimestre 2021 non può in tutta onestà essere ascritto al Governo Draghi ma alle ultime fasi del governo Conte, non vi è dubbio della veridicità di tali numeri.

Eppure questi numeri non ci dicono nulla sulla performance del Governo Draghi: né in assoluto né soprattutto rispetto agli altri Paesi sviluppati.

Perché? Per il semplice motivo che era quasi – perdonate il termine – naturale conseguire ritmi “che non si vedono da anni”. Perché? Perché l’Italia è stato il Paese che più di tutti era crollato nel 2020 a causa del Covid e dunque più degli altri avrebbe dovuto, successivamente, riprendere il terreno perso semplicemente premendo sull’acceleratore. Va dunque calcolata, la performance di questi anni, tenendo conto del crollo del 2020.

E, sempre con tutto il rispetto, il lascito di questo Governo dovrà misurarsi anche in funzione della salute dell’economia per l’anno prossimo, visto che tutte le politiche economiche decise oggi è nel 2023 che vedranno la realizzazione del loro impatto.

E quindi per capire nel merito quanto il Governo Draghi (ed il secondo Governo Conte) abbia raggiunto risultati veramente straordinari in questi anni dobbiamo tener conto del da dove si partiva e del dove si arriverà: dal 2020 al 2023, e non dal 2021 ad oggi. Altrimenti giochiamo con carte truccate.

E dunque, lo ripeto, prendiamo atto che questo Governo ci lascerà un’economia che – secondo tutti gli analisti – al 2023 sarà del solo 1,4% più ricca e produttiva di quella pre-Covid, mentre il resto dell’area dell’euro (lasciamo stare gli Stati Uniti…) sarà cresciuta del doppio, del 2,8%.

Perché? Perché con tanto di super-PNRR questo risultato così … povero?

Perché, invece di sospingere sull’acceleratore, abbiamo spinto sul freno, con rientri di deficit-PIL assurdi per un’economia così disastrata come la nostra. Le recenti “elemosine” di cui parlano i sindacati facendo riferimento alle decisioni governative di ieri sono appunto uno dei tanti esempi di questo assillo di evitare qualsiasi scostamento di deficit che, se ben costruito, sarebbe invece stato fondamentale per una nostra maggiore ripresa economica e stabilità del rapporto debito-PIL.

Ma non finisce qui. Non solo abbiamo spinto sul freno, ma non abbiamo nemmeno approfittato del pit-stop PNRR per rimettere a posto rapidamente alcuni difetti della vettura Italia: in particolare nulla abbiamo fatto affinché ci dotassimo di stazioni appaltanti di qualità per investire bene e rapidamente le somme del PNRR. E così, ci dice il Ministro Franco, solo 1/3 dei 15 miliardi previsti come da spendere nel 2021 sono stati immessi nell’economia.

I numeri non tradiscono e ne hanno preso atto i mercati, che prezzano con gli spread già da mesi il rischio del nostro Paese tanto quanto lo prezzavano prima della firma del PNRR. Anche loro, probabilmente, guardano agli anni giusti e scuotono lo testa.

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