L’Europa che teme Le Pen per colpa del Fiscal Compact

Oggi sul Sole 24 Ore.

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         Una recente analisi del voto da parte della Reuters mostra come nel primo turno delle presidenziali francesi l’attuale leader Macron ha fatto peggio in quei distretti elettorali in cui si concentra una popolazione il cui potere d’acquisto è stato più duramente colpito, dove le persone sono meno istruite e il tasso di disoccupazione è più alto, con un’aspettativa di vita più bassa e tassi di criminalità più alti.

Qualunque possa essere l’esito del secondo turno, l’Unione europea sembra nuovamente essersi impelagata in una situazione con rischi eccessivi di implosione interna. La coazione a ripetere dell’UE è dunque sempre quella, di giocare col fuoco: prima nel Regno Unito, con Brexit, bruciandosi, ora in Francia dove per la prima volta più della metà degli elettori al primo turno ha votato per un partito all’estremo dello spettro politico. Qualsiasi europeista convinto dovrebbe chiedersi dove risieda la fonte di questi errori drammatici che mettono a repentaglio il progetto istituzionale più importante del nostro continente che è stato capace di assicurarci ormai quasi un tre quarti di secolo senza guerre interne. I dati citati dall’analisi del voto puntano chiaramente il dito verso un fallimento delle politiche economiche a favore soprattutto delle classi più deboli e fragili: è dunque la politica fiscale europea ad essere chiamata sul banco degli imputati, come lo fu quasi 100 anni fa da Keynes, quando l’economista britannico ebbe modo di avvertirci profeticamente dei rischi drammatici che provenivano da un Trattato di Versailles mirato a levare ossigeno all’economia tedesca.

         Oggi la politica fiscale europea fallisce, paradossalmente, ovunque un Paese sia in difficoltà; e dunque fallisce, più di qualsiasi altro luogo, nel nostro Paese. Il recente Documento di Economia e Finanza italiano (DEF), approvato e probabilmente scritto nei suoi punti chiave assieme se non dall’Europa, lo dimostra appieno. Lo abbiamo letto prendendo atto del grave calo, rispetto alla NADEF autunnale dello stesso Governo Draghi, della crescita in atto per il 2022, quasi dimezzata dal 4,7% al comunque ottimistico 3,1%, un dato che ci obbliga a prendere atto che nemmeno a fine di quest’anno riusciremo ad avere recuperato i livelli di produzione di fine 2019 pre-Covid. Una performance negativa, questa, unica in Europa, da cui ci allontaniamo inesorabilmente, scesi come siamo continuamente, dall’inizio del secolo, dal 19% al 14% del peso economico nell’area dell’euro. E’ in tale contesto che abbiamo dunque aperto il DEF, certi di trovarvi, a fronte di tale crollo della ripresa economica, una politica fiscale espansiva attenta a venire in soccorso all’emergenza in cui si trovano famiglie ed imprese. Nulla di tutto ciò: non solo il deficit-PIL resta ancorato a quello dichiarato – 5,6% – nella NADEF quando la crescita prevista era ben più alta, ma, a guardare con attenzione, si prevede che il disavanzo primario (il deficit al netto delle spese per interessi) sia ulteriormente… diminuito dal 2,7 al 2,1% di PIL!

         E’ questa una mossa austera che deprime la nostra economia, colpita da guerra e pandemia, ulteriormente. A qualcuno potrebbe venire in mente che il Governo abbia valutato che la nuova crisi energetica e bellica possa avere meno ripercussioni di quella del Covid che va esaurendosi. Sarebbe un ennesimo grave errore di sottovalutazione: a Covid si aggiunge, non si sostituisce, l’attuale drammatica contingenza internazionale; per quanto infatti la crisi sanitaria sia tecnicamente vicina, lo speriamo, ad un suo termine, le sue cicatrici di pessimismo che impediscono agli imprenditori di pianificare nuovi investimenti sono ancora vive. E’ la consapevolezza di questo stato delle cose che ha portato, dall’altra parte dell’Oceano, l’amministrazione Biden a non cessare con l’acceleratore di deficit pubblici negli anni Covid, al di sopra al 10% di PIL per far ripartire volontà ed ottimismo imprenditoriali negli USA.

         Eppure è probabile che siano altre le vere ragioni delle sado-masochistiche scelte “italo-europee”. A ben guardare, il motivo per cui abbiamo abbassato il disavanzo primario a parità di deficit è perché la spesa per interessi nel 2022 è ora prevista crescere, a causa dell’inflazione, dal 2,9% al 3,5% di PIL. E dunque abbiamo una idea precisa di cosa determinerà da ora in poi la stance di politica economica quando siamo in tempi di crisi: non certo lo stato grave di occupazione e produzione ma piuttosto quello dell’inflazione e della spesa per interessi, che paiono ordinare alla politica fiscale di restare ai box, austera, mentre là fuori tutto brucia.

         Spettava e spetta invece alla politica fiscale, in tempi così gravi, di espandere e non restringere i cordoni della borsa. Ma in maniera intelligente, non a caso: con investimenti pubblici accompagnati da una spending review che garantisca la qualità dell’operato delle stazioni appaltanti, così anche rassicurando l’Europa. Ma questo Governo – dopo aver promesso nell’aprile dello scorso anno per il 2021 un deficit “all’americana” dell’11,8% di PIL ed averlo poi ridotto (lo abbiamo scoperto dai dati pubblicati in quest’ultimo DEF 2022) inopinatamente al 7,2%, ovvero con 100 miliardi circa in meno di investimenti (che spiegano pienamente la nostra performance economica, la peggiore dell’area euro nel triennio Covid) – non pare di questa idea, in pieno accordo con le autorità europee.

         E’ probabile che all’Europa, per qualche punto percentuale, verrà risparmiata la vittoria della Le Pen in Francia. Eppure c’è chi ancora non capisce che perseverando su questa strada, quella della politica fiscale sbagliata che non ascolta le difficoltà di persone e imprese, il giorno della fine di questa Unione europea diventa più prossimo che mai.

Opera su carta: “Dissenso” – https://angelamariapiga.com/

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