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2017, mobilitazione generale

Ecco il testo della mia intervista a Linkiesta di oggi.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/08/solo-renzi-poteva-salvarci-dallausterita-ora-serve-una-mobilitazione-d/32662/

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Mobilitazione generale. Pacifica, senza violenze, ma compatta e continuata, per tutto il 2017: è l’unico modo per evitare che alla fine dell’anno che verrà il fiscal compact rientri nei trattati europei, finendo di essere un accordo intergovernativo revocabile. È quello che immagina Gustavo Piga, professore ordinario di Economia politica presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, da anni impegnato in una battaglia contro l’austerità. Nel 2014 fu tra gli organizzatori di una raccolta di firme per un referendum che abrogasse l’adozione del fiscal compact. Negli ultimi mesi ha apprezzato l’attivismo di Renzi per ottenere margini di negoziazione maggiori in Europa, sebbene ritenga gli sforzi non sufficienti. Ora, spiega, le dimissioni di Renzi sono “una disgrazia”, perché “era l’unico in grado di condurre una battaglia a Bruxelles”. Il No al referendum, aggiunge, è un messaggio contro l’attuale politica economica europea, ma ha un effetto paradossale: rafforza nel breve termine il paradigma della stabilità e pure lo stesso Renzi. Ma nel medio periodo o si cambia o vinceranno le forze populiste.

Professore, intanto lei che interpretazione dà del voto di domenica?

A livello europeo, per chi crede al paradigma di breve periodo della stabilità, ci troviamo di fronte a un’Europa molto più stabile di prima. Non dimentichiamo che domenica ci sono stati due voti. In Austria abbiamo cancellato, almeno per un anno o due, il fantasma fascista che ci ricordava così tanto gli anni Trenta. Dopo la Brexit abbiamo imparato che ci dobbiamo responsabilizzare molto più di prima quando votiamo, che il nostro voto conta, che non possiamo vivere di rimpianti una volta che abbiamo deciso di non andare a votare.

E in Italia?

Anche il voto italiano va preso come un voto per il paradigma della stabilità. Lo vedo come da un lato un successo per Renzi e dall’altro un successo per il successo per il paradigma della stabilità.

Come, non è la vittoria della protesta?

Questo referendum è stato inteso, alla fine da entrambe le parti, non come un voto tecnico su questioni costituzionali ma come un voto sulla figura di Renzi. Allora: se una persona riesce a mobilitare così tante persone al voto e poi ottiene da queste persone un 40% di sostegno in un momento non di luna di miele di metà mandato, il più difficile per un governante, il risultato è più da valutare positivamente per il premier che negativamente.

Perché è una vittoria della stabilità?

Per i tifosi del paradigma della stabilità europea si è disinnescata una mina che per loro doveva essere rilevantissima: perché l’Italicum, pensato da Renzi quando si vedeva come l’unica alternativa a Berlusconi, era diventato un incubo per quelli del paradigma della stabilità. Era l’unico sistema elettorale possibile che avrebbe consegnato l’Italia al Movimento Cinque Stelle. Che poi ci piaccia o meno il Movimento Cinque Stelle è un altro discorso.

È l’allarme che prima del voto aveva lanciato l’Economist.

Esatto, era l’argomento dell’Economist e l’argomento, e questo mi diverte molto, di Berlusconi. Berlusconi che dice “Io voto no perché se vince il Sì vince Grillo” ha ragioni da vendere e il paradosso è che il Movimento Cinque Stelle si è opposto a questo regalo di Natale che gli era stato confezionato. Qualsiasi siano le motivazioni del M5s per averlo rifiutato, adesso ci troviamo con una legge pro-Grillo che verrà credo rapidamente abbandonata per un sistema molto più proporzionale che ovviamente gioca contro Grillo e a favore dei partiti moderati. Possiamo dire che rallenterà l’azione di governo, ma se rimane un governo moderato questo non può che far piacere ai fan del paradigma della stabilità.

Ma è stato un voto contro l’Europa?

Non credo come detto che sia stato un voto anti-Renzi per sé, per la persona, perché prendere il 40% correndo da solo è un bel risultato. Però evidentemente è stato un voto contro la politica economica. A questo punto, bisogna domandarsi: chi la fa la politica economica italiana? La fa Renzi o la fa l’Europa? Se la fa l’Europa è un voto anti-politiche economiche europee. Se la fa Renzi è un voto anti-politiche economiche di Renzi. La mia risposta è che il pasticcio terrificante italiano in cui ci troviamo richiama responsabilità sia di Renzi che dell’Europa.

È stato un voto degli esclusi, nel Sud in particolare.

È evidentissimo, guardare l’incredibile modalità di voto nel Meridione e nelle Isole. Il No in Sardegna è arrivato al 72. Che cosa è il Meridione d’Italia e d’Europa in questo momento? È stata ed è l’area economica più colpita dalla crisi e dove meno la politica economica è riuscita a trovare una risposta, lì dove tra l’altro era più urgente. Se lei va in giro per la Lombardia o per il Piemonte troverà regioni vibranti economicamente, che riescono a esportare molto grazie anche alle politiche monetarie di Draghi, un sistema che aveva soltanto bisogno di una ripresa mondiale per uscire dalla crisi. Invece quel territorio che più aveva bisogno di politiche specifiche, il Centro-Sud, versa in uno stato di crisi, di emorragia di giovani, di emorragia di lavoratori, di crescente potere della criminalità organizzata come ultimo bastione di sollievo, che non è tollerabile, e queste politiche economiche fallimentari su Centro e Meridione sono state chiaramente denunciate dal voto del referendum.

Per quanto tireranno un sospiro di sollievo i fautori della stabilità?

Per un anno o due. Anche in Austria, tra l’altro. Però se noi non risolviamo il nodo centrale delle politiche economiche a livello nazionale e a livello europeo, rischiamo di essere qui tra due anni a contare i rimasugli di un’Europa che fu. Questo sarebbe un danno epocale in un mondo globalizzato per i nostri figli.

Si stanno creando le condizioni per ripensare il fiscal compact?

Qui arrivavo: ci sono due grandi errori, che non possono essere scissi l’uno dall’altro. Uno sbaglia perché l’altro sbaglia. L’errore dell’Europa è di non consentire politiche economiche in appoggio della domanda interna tramite gli investimenti pubblici e la spesa pubblica. L’enorme errore di Renzi, la miopia di Renzi, è di non aver fatto l’unica riforma necessaria, altro che quella elettorale o il Jobs Act: quella della spending review.

Perché l’unica necessaria?

Perché non c’è modo di convincere l’Europa ad autorizzare l’Italia a spendere di più se non dimostra che sa spendere bene. E non c’è ragione di spendere di più se uno non sa spendere bene, perché questi sono soldi buttati al vento. È difficile convincere questa Europa così cretina e così ideologicizzata sulla irrilevanza del settore pubblico, il che è un gravissimo errore di visione di come funzionano le economie di mercato, se non riusciamo a convincere i tedeschi che sappiamo spendere bene.

L’ultima legge di Stabilità è fatta di cose buone ma anche di mance.

Renzi ha continuato a sottovalutare l’importanza della spending review anche recentemente con gli accordi un po’ a casaccio con i sindacati nella pubblica amministrazione. Ma anche l’Europa continua a sbagliare. Moscovici sta facendo delle aperture: ora chiede anche alla Germania di spendere di più e di tassare di meno. Ma continua a chiedere all’Italia di continuare nelle politiche di austerità. Si sta quindi facendo un cambiamento timido. Purtroppo il problema, come sempre, è che non c’è tempo. Più tempo passa, con la nostra timidezza, più le cose si incartano.

Non se ne esce?

L’occasione vera, chiunque la coglierà, è quella che si presenta a fine 2017, quando i Paesi dell’Unione europea dovranno decidere se inserire il fiscal compact dentro i trattati. Il fiscal compact in questo momento è un semplice accordo intergovernativo. Si era previsto che dopo cinque anni di funzionamento se ne sarebbero valutate l’operatività e lo si sarebbe eventualmente inserito nei trattati. Abbiamo visto il totale fallimento di queste politiche assurde legate al fiscal compact: hanno distrutto le aspettative, hanno bloccato gli investimenti pubblici ma anche privati, per il pessimismo che hanno generato nei Paesi più in difficoltà. Sarebbe fondamentale che iniziasse nel 2017 una campagna pan-europea, guidata dall’Italia, per la ricusazione del fiscal compact e la non firma da parte dell’Italia all’inserimento del fiscal compact nei trattati. Questo Renzi in campagna elettorale l’aveva chiaramente detto. Ma sa, la campagna elettorale è una cosa, poi dopo è un’altra. Contemporaneamente va fatta una enorme, vera, seria, spending review soprattutto su appalti e su stipendi della pubblica amministrazione, dove si possono generare tantissime risorse senza aumentare le tasse, per finanziare spesa pubblica per i talenti, per la gente brava, per la gente che soffre e per gli investimenti pubblici di cui hanno bisogno sia il territorio, sia le imprese per sostenere le proprie attività. Se queste due cose si possono fare allora forse nel 2018 parliamo di un’Europa diversa. Altrimenti nel 2018 probabilmente staremo a raccontare la fine di un progetto.

Come Italia nel 2018 e 2019 effettivamente le correzioni previste dal fiscal compact saranno ancora più stringenti che nel 2017. Sembra di capire dal suo discorso che se non si cambia, non sarà possibile avere una vera crescita.

Questa è la follia della flessibilità. Si ottiene per il 2017 una mancia, un obolo di flessibilità e al contempo si deve promettere urbi et orbi che nel 2018 e 2019 faremo due manovre da 20 miliardi di aumenti di tasse sui consumatori. Questo deve cessare, e questo è esclusivamente legato al fiscal compact. La battaglia è là. In questo caso l’Italia ha il coltello dalla parte del manico per la prima volta, perché se oppone la firma allora non c’è niente che si possa fare.

Però l’Italia avrà con ogni probabilità un governo tecnico. Che forza può avere un governo tecnico per fare questa battaglia?

Questo è il mio grande rimpianto. Credo che l’unica persona che avrebbe potuto portare a termine questa battaglia, malgrado sia stata a mio avviso assolutamente incompetente su questa battaglia nei passati anni, era Matteo Renzi. Era l’unico che aveva le capacità, se l’avesse voluto. Perché alla fine di battaglie vere contro l’austerità non ne ha combattuta una, o perlomeno se ha pensato di combatterla è stato guidato da una serie di consiglieri assolutamente incompetenti.

In ogni caso, ora non c’è.

È questo che io rimpiango più di tutto: per fare questa battaglia abbiamo bisogno di un governo politico, ma io non vedo un governo politico rapidissimo, senza che prima si sia fatta una riforma elettorale. Un governo tecnico è una disgrazia in questo senso. L’unico modo per affrontare questo è che ci sia la sorpresa forte della mobilitazione generale, per una battaglia comune come sistema Paese, tra cittadini e partiti, contro quella firma. A mio avviso l’unico modo per riuscire ad arrivare a fine 2017, con un Paese che abbia la piena coscienza dell’importanza di questa battaglia, è che si mobilitino tutta una serie di forze sul territorio, per sostenere o per mettere pressione contro, perché potrebbe essere che il prossimo governo tecnico faccia un passo indietro rispetto a Renzi e data la debolezza diventi ancora più austero. Sarebbe un paradosso estremo.

Si immagina delle proteste come quelle fatte in Grecia e Portogallo all’epoca degli interventi della Troika?

Come quella che abbiamo fatto noi e che è fallita per il boicottaggio che Renzi ci ha fatto nel 2014, quando abbiamo ottenuto 350mila firme per il referendum contro il fiscal compact, ma non siamo riusciti ad arrivare a quota 500mila. Renzi poi si è mangiato le mani per l’errore tattico di non aver combattuto quando era al massimo dei sondaggi d’opinione una battaglia di quel tipo. Ora bisogna che si crei una pressione sociale dei cittadini molto forte, perché il governo tecnico senta questa pressione così tanto da essere portato a rappresentare l’istanza. Poi se c’è un governo politico, sarà stato eletto secondo me con un mandato chiaro sulla politica economica. Forse le cose saranno più semplici. Non diamo in ogni caso il messaggio sbagliato: deve essere un movimento pacifico, una rivoluzione pacifica in favore dell’Europa e della solidarietà.

Lunedì 5 dicembre l’Eurogruppo, in assenza di Padoan, ha avanzato la richiesta di una manovra correttiva addizionale valutabile in 5 miliardi di euro. È un avvertimento a che si cambi tono rispetto all’ultima fase della politica di Renzi?

Questo è uno dei frutti delle dimissioni di Renzi, perché l’unico che avrebbe potuto evitare questi 5 miliardi in questo momento sarebbe stato Renzi. È la prova della debolezza in Europa del governo tecnico che verrà e della continua, persistente stupidità europea. L’Europa non capisce che questo è un voto contro l’Europa. La mattina dopo dice: “mi hai votato contro? Non tengo conto di quello che mi hai detto democraticamente, ma faccio il contrario”. La miopia europea e il masochismo europeo non hanno fine.

Però su Mps ci sono segnali contrastanti. Da una parte il limite non rinviato del 31 dicembre per l’aumento di capitale. Dall’altra, in caso di fallimento dell’aumento di capitale, la possibilità di un bail-in leggero, in cui paghino solo gli investitori istituzionali e non le famiglie. È una notizia da valutare positivamente o qualcosa di comunque negativo visto l’effetto sulle altre banche?

È una cosa importante. Non dobbiamo in questo momento mettere benzina sul fuoco. Giocare con le banche sarebbe gravissimo. Questa posizione va accolta positivamente. È un’Europa sensibile alle questioni importanti soltanto quando si parla di settore finanziario, per le ripercussioni che vanno al di là delle frontiere, data l’interconnessione del sistema bancario. Quello che non si capisce è che anche non solo la banca e i denari sono interconnessi, ma anche l’umanità è interconnessa e se abbiamo un progetto europeo comune, di comune umanità, quando trattiamo male un cittadino greco o un cittadino italiano stiamo trattando male un cittadino europeo. Un anno dopo sarà il cittadino tedesco o finlandese, quando la sua economia sarà in crisi, che sarà trattato male. Tutto questo indebolisce la fibra del progetto europeo, che deve essere basato sulla solidarietà. Dovremmo mostrare la stessa velocità di reazione non soltanto verso le sofferenze bancarie ma anche rispetto alle sofferenze umane delle persone. A questo punto il sistema europeo riuscirebbe a reggere e a diventare un’unione monetaria coesa come lo è diventata nel tempo grazie alla solidarietà e alla pragmaticità quella statunitense.

Troika è un nome che ci deve terrorizzare?

Assolutamente sì, ci deve terrorizzare. È l’antitesi del progetto europeo, che è nato sul concetto di democrazia. Dobbiamo respingere la Troika. Non ho apprezzato nulla del mandato del professor Monti ma l’essere stato molto chiaro in un momento di grave difficoltà, anche bancaria, nel dire No alla Troika, è qualcosa che va riconosciuto a Monti, anche se poi il prezzo che abbiamo pagato è stato quello che l’austerità ce la siamo fatta in casa. Se vogliamo cominciare la battaglia contro il fiscal compact, ripeto assieme alla battaglia per la spending review, è necessario rifiutare ogni contributo tecnico legato all’austerità e alla mancanza di democrazia.

Una domanda al professore. Abbiamo avuto prima la Brexit, poi Trump. Siamo di fronti a grandi cambiamenti di paradigma nel pensiero economico che saranno ricordati anche in futuro?

Tutto questo nasce da un cocktail micidiale: abbiamo avuto un’apertura rispetto alla globalizzazione, più una nuova moneta unica continentale, più la più grave crisi recessiva dal 1930. Questo cocktail è fatto di una buona dose di sfortuna, ma anche di cattiva gestione. La globalizzazione ha creato delle tensioni forti sul tessuto più debole delle società e di questo tessuto va tenuto conto. Non tenerne conto genera dinamiche di crescita del populismo che mettono a rischio tutto: la parte buona della globalizzazione, la solidarietà e tutti gli aspetti di crescita connessi. Quindi assolutamente sì: il paradigma della globalizzazione va modificato, va gestito. La parola protezione deve tornare a diventare utile nel lessico dei politici moderati, non bisogna vergognarsi di dire che parte della politica deve essere legata a proteggere le persone più deboli dai grandi cambiamenti epocali, che vanno presi come un’opportunità ma soltanto se sapremo proteggere dal vento del cambiamento quelli che non sanno proteggersi da soli. Finché non capiremo questo la globalizzazione avrà più svantaggi che vantaggi e il modello di democrazia entrerà rapidamente in crisi. Se invece sapremo capire cosa sta succedendo nel mondo, potremo basare il modello del mercato sulla solidarietà, come è sempre stato nelle aree di mercato di successo. Penso agli Stati Uniti, a come si sono sviluppati dagli anni Trenta in poi su un modello di connubio di mercato e solidarietà durato fino agli anni Ottanta.

19 comments

  1. Massimo GIANNINI

    10/12/2016 @ 11:20

    Anche lei si è piegato al renzismo. Quelli che un 40% del voto SI è di Renzi che era l’unica persona… Suvvia siamo seri. Vedremo alle elezioni se è cosi’. P.S. Non poteva che farlo pubblicare da Linkiesta la cui posizione è ben nota.

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    • Ma sì, piegato :-) . Diciamo che mi piacciono i perdenti. Sul “farlo” pubblicare, diciamo che mi considera un po’ troppo potente: a chiamata telefonica rispondo, così funziono. Siccome l’ha registrata, ha ben rappresentato il mio pensiero, ne son felice.
      Andiamo al sodo: perderà qualche decina di minuti al giorno per schierarsi sul Fiscal Compact?

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  2. VinceskoMVinceskij

    10/12/2016 @ 14:31

    Per il mio piccolissimo contributo di lavoro contro lo stupido fiscal compact, io ci sono; ho già cominciato.

    Per quanto riguarda Monti, osservo che i dati raccontano una verità diversa dalla vulgata.

    Riepilogo delle manovre correttive (importi cumulati da inizio legislatura):
    - governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld (80,8%);
    - governo Monti 63,2 mld (19,2%);
    Totale 329,5 mld (100,0%).
    LE CIFRE. Le manovre correttive, dopo la crisi greca, sono state: • 2010, DL 78/2010 di 24,9 mld; • 2011 (a parte la legge di stabilità 2011), due del governo Berlusconi-Tremonti (DL 98/2011 e DL 138/2011, 80+60 mld), (con la scopertura di 15 mld, che Tremonti si riprometteva di coprire, la cosiddetta clausola di salvaguardia, con la delega fiscale, – cosa che ha poi dovuto fare Monti – aumentando l’IVA), e una del governo Monti (DL 201/2011, c.d. decreto salva-Italia), che cifra 32 mld “lordi” (10 sono stati “restituiti” in sussidi e incentivi); • 2012, DL 95/2012 di circa 20 mld. Quindi in totale esse assommano, rispettivamente: – Governo Berlusconi: 25+80+60 = tot. 165 mld; -Governo Monti: 22+20 = tot. 42 mld. Se si considerano gli effetti cumulati da inizio legislatura (fonte: “Il Sole 24 ore”), sono: – Governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld; – Governo Monti 63,2 mld. Totale 329,5 mld. Cioè (ed è un calcolo che sa fare anche un bambino), per i sacrifici imposti agli Italiani e gli effetti recessivi Berlusconi batte Monti 4 a 1. Per l’equità e le variabili extra-tecnico-contabili (immagine e scandali), è anche peggio.
    Le misure strutturali valgono tuttora, vedi, in particolare, la severissima riforma delle pensioni SACCONI, 2010 e 2011, e la riforma delle pensioni Fornero, 2011, che procurano risparmi di una ventina di miliardi l’anno

    PS: Sono antimontiano.

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    • Tremonti ha firmato il primo accordo che ha portato al Fiscal Compact, anche se lui si ostina a dirmi che l’accordo era diverso, comprendeva una gamba della “crescita” non meglio specificata che, uscito di scena, non è stata più ripresa. Mah. Certamente l’austerità è fatta, ad esempio, dal provvedimento Brunetta sul blocco nella PA di stipendi e assunzioni. Ma voglio ricordare che tale decisione è stata confermata dai governi successivi. Comunque trovo utile il suo commento.

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      • Fu il debole Berlusconi, nel Consiglio europeo del 24 e 25 marzo 2011, a negoziare e ad accettare il fiscal compact (che peraltro fu resa condizione necessaria per poter beneficiare, ove occorresse e lo si richiedesse, dell’aiuto del MES), poi votato e introdotto in Costituzione nel 2012 durante il governo Monti, col voto favorevole di PDL, PD e Scelta Civica.
        CONSIGLIO EUROPEO 24 E 25 MARZO 2011 CONCLUSIONI
        http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/it/ec/120304.pdf

        Il DL 78 del 31.5.2010, convertito dalla legge 122/2010, il più scandalosamente iniquo, contemplò, tra l’altro, non soltanto il blocco del rinnovo del contratto del pubblico impiego, ma anche il licenziamento del 50% dei lavoratori precari pubblici, nonché il taglio del 75% della spesa sociale dei Comuni e delle Regioni (cioè i poveri), poi tagliata di un ulteriore 15% col DL 98/2011, mentre ai percettori di redditi privati (ad eccezione dei produttori e distributori di farmaci e dei farmacisti in quanto fornitori del SSN), anche miliardari o milionari, non venne chiesto letteralmente neppure un centesimo; il contributo di solidarietà, varato in 2 DL separati prima sulle retribuzioni elevate pubbliche e poi su quelle private e sulle pensioni, fu presumibilmente congegnato apposta male – infatti, sarebbe bastato metterli insieme – per farlo cassare, come poi avvenne. Così successe per la tassazione delle stock option, per le quali fu prevista una soglia troppo alta.
        Il suo articolo 12 reca la riforma delle pensioni e il discorso fatto per le manovre correttive è più o meno analogo per le pensioni: Sacconi batte Fornero 3 a 1.
        L’allungamento eccessivo dell’età di pensionamento, infatti, è stato deciso molto più da Sacconi (DL 78/2010, art. 12, + integrazioni con DL 98/2011 e DL 138/2011) che da Fornero (DL 201/2011, art. 24):
        – sia portando l’età di pensionamento per vecchiaia, senza gradualità, a 66 anni per tutti i lavoratori dipendenti e a 66 anni e 6 mesi per tutti i lavoratori autonomi, tranne le lavoratrici dipendenti del settore privato, per le quali ha poi provveduto Fornero nel 2011, ma gradualmente entro il 2021;
        – sia introducendo – sempre Sacconi e non Fornero – l’adeguamento triennale all’aspettativa di vita (che dopo il 2019, in forza della riforma Fornero, diverrà biennale), che ha portato finora l’età di pensionamento di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi e la porterà a 67 nel 2020, e poi via via a 70 e oltre.
        Anche il sistema contributivo l’ha introdotto Dini nel 1995, non la Fornero nel 2011; ella ha solo incluso, col calcolo pro rata dal 1.1.2012, quelli esclusi dalla legge Dini, che all’epoca avevano già 18 anni di contributi, quindi nel 2012 tutti relativamente anziani, equiparando così i giovani e tutti gli altri.
        La DISINFORMAZIONE generale sulle pensioni, che include esperti, sindacati, tutti i media (immemori del calo notevole dei pensionamenti nel 2011, nei loro articoli di allora ascritto giustamente a Sacconi – DL 78/2010 – e Damiano, DL 247/2007) e perfino l’INPS, è dovuto in gran parte alla millantatrice Fornero, la quale – se controlla il testo dell’art. 24 del DL 201/2011 -, anziché limitarsi a riportare nel suo DL le modifiche ed integrazioni alla legislazione pensionistica precedente, ha pleonasticamente (e “furbescamente”, ma masochisticamente visti gli esiti, però insiste tuttora…) anche confermato quelle, molto severe, già approvate dal DL Sacconi nel 2010 e in vigore dall’1.1.2011. [1]
        [1] Gliel’ho anche scritto recentemente “Lettera alla Professoressa Elsa Fornero su pensioni e manovre correttive” http:// vincesko.blogspot. com/2016/11/lettera-alla-professoressa-elsa-fornero. html (togliere i 3 spazi).

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  3. Naturalmente se il prossimo governo in attesa delle elezioni chiedesse aiuto al MES il suo discorso crollerebbe, giusto?
    Diciamo intanto che un giornalista di Repubblica a RaiNews lo dà per scontato

    https://www.youtube.com/watch?v=0m3ljCrIauc

    Un sito che non conosco, Corsera Magazine, dice che Padoan ha appena chiesto 16 miliardi al MES

    http://www.corsera.it/notizia.php?id=8850

    Fosse vero sarebbe contento, vero prof?

    Quanto a Renzi, le sue sparate contro l’austerità erano ovviamente solo fuffa pre elettorale dalla quale avrebbe fatto marcia indietro appena avesse vinto.
    Ha perso.
    Ma secondo lei ha vinto. :D

    Il 2017 sarà un anno pieno di avvenimenti con il vantaggio che diventerà più difficile rivoltare le frittate a gratis.

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    • Un perdente sicuro c’è ed è Grillo che ha perso l’occasione di votare SI e vincere le elezioni. Braccino del tennista o servizio al potere? Certo che era fuffa, è tutta fuffa qui Marco. Bisogna trovare la fuffa che è più disposta, preda dal terrore, a fare politiche minimali per chi soffre. A farle, non a dirle, per sollazzare il popolo.
      Sul MES trova la mia risposta alla fine dell’intervista.

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  4. Mobilitazione generale: OK. Ci vorrà tutto il 2017 a spiegare cosa è il fiscale compact in un paese dove il bail- in, non sanno cosa è. O almeno, dopo 4 anni che è nato, se ne parla. Renzi un caxxzaro apocalittico, con tutti i suoi del governo, dilettanti allo sbaraglio. Era l’ unico che ci poteva salvare? È serio? Uno che la mano sinistra, non sapeva cosa faceva la destra. Uno che diceva A e non faceva nemmeno B. Un governo che ha fatto un minestrone di “proposte” di riforme, e nessuna buona conclusa. Anzi solo una. Quella della stilosa- con puzza al naso della Boldrini. Ora la chiamano Presidentessa.

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    • Penso di sì. Penso che Gentiloni fino a giugno non lavorerà per nulla su questioni economiche fondamentali e sarà ancora più debole in Europa di Renzi. Se mai andassimo a votare in autunno dubito che chiunque vinca abbia la stessa (poca) forza di Renzi per opporsi al Troika pensiero. Poi se vuole ragioniamo sull’ideale e sull’ottimo. Ma sono stanco di farlo da 5 anni.

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      • ideale, che i trattati vengano letti come li legge lei, professore, che seguo con la sua newsletter e quando interviene a FocusEconomia. per l’ottimo, basterebbe la sufficienza di vivere in un paese onesto con politici preparati e non mediocri, votati da gente che “piange” e “fotte (mance e mancette)”. Non si butti giù. Come scrive un’altro Blog “Andrà molto peggio prima di andare meglio”. Buone feste :-)

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      • Lei ha perfettamente ragione su Renzi. Ma non è vero che Renzi ha “poca forza”. E ce l’ha ancora, solo se lo volesse, avendo conservata la carica di segretario del PD. Mi spiego allegando un mio commento del gennaio scorso in un altro sito.

        […] il comportamento del PdCRenzi è stato ondivago. Il capo del maggiore partito europeo sedicente di (centro)sinistra (PSE), dopo aver promesso all’inizio del suo mandato sfracelli contro l’austerità tedesca, si è fatto “addomesticare” dal burocrate prudente Padoan ed è ora ridotto a mendicare un inutile 0,2% di flessibilità. Da qualche tempo, ha ripreso ad alzare la voce; speriamo non demorda, poiché io penso che se c’è uno che, se solo lo vuole, può tener testa alla arrogante, egoista, egemone Germania, ed evitare il declino inarrestabile dell’Italia, questo è il tosto, determinato, spietato Renzi. Soprattutto se la richiesta gli viene da poteri fortissimi come le banche (bail-in) e l’ENI (che ha dovuto rinunciare – con l’incredibile beneplacito dell’ineffabile Commissione Juncker – all’oleodotto South Stream a favore del North Stream tedesco).
        Perché – sia chiaro – come sempre succede, finché si trattava di massacrare i poveri cristi, nulla ostava, ma quando si toccano gli interessi dei ricchi, è tutto un altro paio di maniche.

        E’ vero, anziché rivendicare la competenza esclusiva dell’Italia sulle singole misure fiscali, anche su quelle sbagliatissime e scandalose come l’abolizione della TASI a tutti (gli affittuari a basso reddito contribuiranno, come fiscalità generale, a pagare il taglio della tassa a Brunetta e simili), Renzi, forte dei voti determinanti in seno al Parlamento europeo, dovrebbe fornire una sponda a Juncker perché si affranchi dal predominio della Germania e satelliti, che con la loro politica egoistica stanno condannando l’Italia ad un inarrestabile declino e forse l’UE alla deflagrazione.
        Oppure, se non sarà ascoltato, come ha ventilato,[*] dovrebbe togliere alla Commissione europea i suoi voti determinanti.

        [*] Il premier ribatte a Juncker: “È il ruggito di un debole, l’Italia merita rispetto”
        FEDERICO GEREMICCA
        16/01/2016
        Sia come sia – e vista la decisione di Juncker di rispondere colpo su colpo – la scontro rischia di finire davvero fuori controllo: in un momento, per altro, tra i più difficili nella storia dell’Unione europea. Matteo Renzi, però, non sembra spaventato dalla prospettiva, e dopo l’affondo anti-Juncker prodotto mercoledì da Gianni Pitella a Strasburgo, la mette così, a chi gli chiede cosa accadrà: «Non credo nello scontro. E non credo, soprattutto, che convenga a Juncker. Abbiamo i numeri per far saltare la sua maggioranza», dice. Poi sorride e aggiunge: «Ma siamo saggi, e non lo faremo».
        http://www.lastampa.it/2016/01/16/italia/politica/ma-il-premier-ribatte-il-ruggito-di-un-debole-litalia-merita-rispetto-g1VssXK7aIN6c5PSYsQxJN/pagina.html

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  5. Riporto il mio commento in calce all’ultimo articolo di Carlo Clericetti su “Repubblica”.
    Carlo Clericetti – 11 DIC 2016
    Io sono diverso
    http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2016/12/11/io-sono-diverso/

    Dopo il sonoro NO al referendum costituzionale contro la deforma Renzi-Boschi, l’anno prossimo ci aspetta un altro impegno altrettanto importante: l’introduzione nei Trattati UE dello stupido e nefasto fiscal compact, che non soltanto impedisce politiche economiche realmente anticicliche, in particolare all’Italia che, a giudicare dai dati oggettivi EUROSTAT del deficit/Pil durante gli ultimi 5 anni, è stata discriminata dalla Commissione europea, ma, attraverso l’obbligo della riduzione a passi forzati del debito pubblico, accelera il declino dell’Italia, passando per più tasse e meno spesa pubblica e quindi più disoccupazione e meno servizi. Dovremo impegnarci TUTTI per far dire, questa volta al nostro Governo, un altro sonoro NO! Il Consiglio europeo (cioè i Capi di Stato e di Governo dei 28 Paesi) dovranno decidere se inserirlo nei Trattati UE, è necessaria l’unanimità, basterà che un solo Paese (ad esempio, l’Italia) dica NO e non si potrà fare.
    L’ottimo Professor Gustavo Piga ci chiama alla mobilitazione generale.
    2017, mobilitazione generale
    Gustavo Piga – 9 DICEMBRE 2016
    http://www.gustavopiga.it/2016/2017-mobilitazione-generale/
    Io nel mio piccolo avevo già cominciato.

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  6. Caro Professore nella sua pittoresca ricostruzione del voto vige la stessa logica del paradosso di Zenone.
    È vero, Achillle non raggiungerà mai la tartaruga ma solo se consideriamo una nozione di tempo “astratto”…nella realtà non è così! Nella realtà, Il risultato non è da “valutare positivamente” per il premier e il Si (ipotetico) di Grillo sarebbe stato un consegnarsi a Renzi mani e piedi legati in attesa di un logico ritorno alla proporzionale….solo Berlusconi può partorire analisi così argute!
    Quanto alla spending review, essendo uno strumento gestionale, di aggiustamento congiunturale, ha scarsa valenza probatoria (agli occhi dei nostri partners) rispetto alla qualità degli interventi riformatori.
    Non sarebbe più saggio rimettersi alle indicazioni espresse (già 2 anni or sono) da Mario Draghi in occasione della sua audizione di fronte alla Commissione parlamentare Affari economici ?
    Il Presidente insisteva sulla concentrazione bancaria e sulla taglia delle imprese per toglierle dal giogo del credito bancario…
    Non sarebbe l’ora di smetterla di trastullarci con pseudo soluzioni (la spending review permanente) ed affrontare i veri nodi strutturali che ci fanno paventare l’avvento del fiscal compact come il giorno del giudizio universale ?

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    • La taglia delle imprese? Lei sa quanto mi batto per una politica che protegga le piccole per farle crescere. La spending review permanente non è taglio di spesa, ma taglio di sprechi e dio sa se trova risorse là per fare sviluppo e equità con quelle.

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      • …. per spending review attendere prossimo candidato. Itzhak Yoram Gutgeld sta finendo di scrivere il libro, che pubblicherà appena abbandonerà o cacciato. come suoi precedenti colleghi. sarà un successo …… (si scherza naturalmente) :-)

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  7. Carissimo Prof. Piga, e’ sempre un piacere avere modo di leggere il suo punto di vista, specialmente sul fiscal compact. Ogni qual volta leggo il suo blog, la mia mente torna sempre indietro ai tempi di Tor Vergata: Lei professore di Microeconomia e io studente. Le sue lezioni e quelle del prof. Paesani mi sono sempre rimaste impresse.
    Un caro saluto da un suo ex studente,
    Giulio Longo

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